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Ciccio Grasselli e il basket a tavola

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Dal parquet ai...fornelli, la storia di un campione
 
di Vinicio Saltini

Sta ai fornelli, serve ai tavoli, è un padrone di casa a dir poco perfetto. Ecco, questo è il nuovo Alfredo “Ciccioî Grasselli, più che mai nel cuore dei livornesi, che lo adoravano ai tempi del Leone Mare, della Magnadyne e dell’Allibert, quando imperversava sui campi di basket e continuano ad adorarlo oggi che, un ulteriore omaggio alla scelta “Leghorn forever", ha deciso di dar spazio alla propria passione culinaria per far assaggiare ai suoi amici livornesi, nell’eremo che si É creato addosso a Parrana san Martino, Circolo Acli, proprio davanti alla chiesa, un “contrattinoî lungo dodici anni, i manicaretti, ricette firmate da mamma Alba e dalle nonne Ines e Fiorita, sicuramente fra le esponenti doc della cucina emiliana in genere e di quella reggiana in particolare. Per intendersi, dai tortelli e dai tortellini conditi in tutte le salse, a tutta una serie di primi piatti, “rigorosamente pasta fresca che faccio tirare alle bravissime signore del paese", al porcellino di latte, il famoso lattonzolo, allo stinco, sia di vitello che di maiale, alla carne al forno, ai bolliti, ai vari tipi di cacciagione, il tutto ben contornato anche da salsine e sformati, a dir poco splendidi, come del resto le salsicce e i salumi, spesso importati da quella loro patria che è anche la sua. E il tutto, ben annaffiato da fior di lambrusco e di altri vini accocnci, con l’aggiunta, «perchè io ho giocato in una dozzina di squadre e vivendo in albergo, nelle serate libere, mi infilavo in cucina, pronto a dare una buona mano, ma soprattutto deciso, come suol dirsi... a imparare l’arte e a metterla da parte», di tutta una serie di specialita, rubate via via all’Abruzzo (ed ecco “Chitarra e chitarroni"), alla Calabria (dalle “caserecce" alle “trofie", le une più piccanti delle altre), a Lombardia, Marche, Piemonte, Molise, naturalmente Toscana, con l’unica eccezione del pesce, «perchÉ quello, sono io che vado a gustarlo sui tavoli “made in Livornoî e sarei sciocco, se appena volessi mettere in concorrenza, con chi in materia É nato maestroî.
 Ma il basket? No, avreste sbagliato di grosso, se appena vi avesse sfiorati l’idea che “Ciccio" - a Livorno il riconosciuto nome d’arte di Alfredo Grasselli - avesse potuto in un qualche modo escluderlo dalla sua vita. E infatti, le pareti tappezzate di fotografie e gagliardetti, il suo ristorante che, all’insegna della semplicità, si rifugia in un nome, “Ristoro San Martino", che è tutto un programma, è anche al tempo steso una sorta di museo e di tempio della pallacanestro, soprattutto livornese, ma non solo livornese. Dove, di recente, dopo essersi sfidate in una “ritornata sul campo", si sono riabbracciate a tavolino le formazioni delle Cantine Riunite e del “Leone Mare". Dove, in pratica ogni giorno puoi incontrarti, bellissimi ricordi, con i vari Fantozzi, Filoni, Diana, Guidi, Aspidi, Giusti. Dove Fantoni ha festeggiato la Cresima del figlio e “Pappiana" Raffaelli ha fatto altrettanto per il proprio addio al lavoro. Dove in certi momenti, come presenze, puÒ anche capitare che siano i tradizionali avversari libertassini di “Ciccio" ad esporre la freccia del sorpasso.
 Ma parliamone, proprio di basket, con un Alfredo “Ciccio" Grasselli che - forando e riforando la retina (ah se a quei tempi fose esistito il tiro da tre punti!) per conto degli eredi del vecchio, glorioso Cama e della Portuale di Alfredo Damiani; e a fine carriera firmando la scelta “Livorno per sempre" - ha saputo strameritare anche lui l’etichetta di “fuso nello scoglio", ovvero, con la spinta decisiva arrivata dal matrimonio con la bella e ruspantissima Cinzia, di livornse autentico.
 «Nella pallacanestro - racconta Grasselli - si comincia dal minibasket, lo feci anch’io e il risultato fu che avevo quindici anni e mezzo e gi‡ ero via da Reggio Emilia, per la precisione a Milano, sponda “All’Onestà Mobilquattroî. Un primo passo cui avrebbe fatto seguito il trasferimento a Pesaro dove, alla Scavolini, conosco Giovanni Diana e rimango 4 anni. Quindi è da qui che, insieme a Giovanni, arrivo a Livorno dove vivo altri quattro anni, sicuramente i pi˘ belli della mia vita d’atleta».
 Perché i più belli?
 «PerchÉ a Livorno, non c’era solo una squadra, la “Pallacanestroî che via via, ai miei tempi, dal 1977 al 1981, si sarebbe chiamata “Magniflex", “Leone Mare", e “Magnadyne", ma anche e direi meglio soprattutto, una fantastica, grande famiglia - dall’avvocato Giubbilei che aveva caldeggiato il mio acquisto al presidente Foresi, a Vigoni, a Dedo e Titino Neri, a Lorenzo, Giovanni e Graziano Niccolai, a Bruno Lenzi, al dott. Zeme, a Nedo Ronda, a Beppe Leone, a Giancarlo Ghezzani e a tutti i Ghezzani padri e figli, naturalmente a Bruno Potenti, poi divenuto un mio parente - che ti dava calore e ti faceva sentire, grazie anche ai semplici tifosi, come dimenticare per esempio un Marconi, un Loi ed un Volpi! diciamo, a casa tua». «Senza tralasciare, naturalmente - prosegue il racconto di Ciccio - il fattore tecnico, noi e i nostri cugini della Libertas che presto saremmo diventati un caso nazionale e gi‡, con i nostri derby, con la nostra rivalit‡, cominciavamo a campeggiare sulle pagine dei giornali nazionali. Con l’intera Livorno che si era innamorata del basket e ci amava di un bene veramente unico».
 Ma quei derby (in 3 stagioni 12 giocati, 8 vinti e 4 perduti con all’attivo personale 238 punti ed un massimo di 33, realizzato due volte) che rappresentavano altrettante, vere e proprie pennellate di vita?
 «Era un nostro segreto, ma ora, dopo tanto tempo, posso svelarvelo. In campo ci scannavamo. Ma la sera del dopo derby, noi e loro, andavamo sempre a cena tutti assieme. PerchÉ il nostro rapporto era buono, da amici. Come magari non sarebbe stato tanto facile accettare dai tifosi, estremamente sanguigni, sia dalla nostra, che dalla loro parte».
 Comunque, trascini la squadra in A2 e... togli il disturbo.
 «E’ stata una costante della mia carriera. Decisivo per la promozione della mia squadra di turno alla A2, ma... sacrificato all’America ed ai suoi celebrati fuoriclasse nella compilazione della squadra per l’A1 e quindi escluso dal palcoscenico dell’Eccellenza. No, non me la presi pi˘ di tanto, anche perchÉ andai a Reggio Calabria e non tardÒ una nuova promozione con la Viola. Il resto della carriera (che mi ha visto in maglia azzurra con la Juniores) è comunque fatto di altri due anni a Pavia, di uno a Campobasso, di una “Bî con promozione a Casale Monferrato e di... due mesi a Cefal˘. Quindi, vice allenatore a Livorno con Sacco nell’Allibert, tre promozioni dalla C1 alla B1 a Lucca, di nuovo a Livorno “secondoî nella Baker, coach a Udine in A2 e per quattro anni in Svizzera dove dalla B passo in A e in tre diverse annate colgo quarto, terzo e secondo posto in Coppa Europa. Fino all’addio, fatto di tre stagioni a Carrara in B2 e di 1 anno a Chiavari in C1».
 Torniamo a Livorno?
 «Si e volentieri. Per dirti che la prima del play-off con la Simod Padova, mèta l’A2, non la scorderÒ mai. A 7’ dal termine, eravamo sotto di dodici e entrai in trance agonistica, tiravo e facevo sempre canestro, finchÉ proprio all’ultimo secondo, sotto di uno, consegnai a Filoni la palla della vittoria, verso quella - con capitan Nedo, c’erano anche, tutti decisivi, Paolo Bianchi, Giauro, Marisi, Fabio Vatteroni, Creati, Mezzacapo, Patrizi, naturalmente Diana - che sarebbe stata la bella vittoriosa per la promozione in A2. Ma neppure scorderò, diversamente da Pesaro dove arrivai ed erano gi‡ 5000 presenze, la crescita del pubblico che vidi lievitare a Livorno, partita dopo partita, dai 500 spettatori fino ai seimila stivati come acciughe del salto nella seconda categoria nazionale».
 E gli uomini, coach e compagni di squadra?
 «Dei coach mi piace ricordare Guerrieri che mi insegnò a vivere, il Giancarlo Primo giovanile e Piero Pasini, quasi un fratello; dei compagni, tutti quelli di Livorno con i quali ancora mi sento, oppure mi vedo, come nel caso di Bufalini che É uno dei maggiori clienti del ristorante; fra gli avversari, Dino Meneghin, Kenney e Bob Morse, il tutto con un pensiero speciale per Chuck Jura che, abitavamo insieme e si lasciÒ copiare tutti i movimenti utili al mio salto di qualità».
 Un salto conclusivo a Parrana San Martino, nel tuo ristorante?
 «Lo sai che spesso, proprio da noi, bottiglie rigorosamente prive di etichette e di ogni segno di riferimento, Ernesto Gentili che abita a Parrana San Martino, riunisce la giuria degli assaggiatori di vino de “L’Espresso"? Comunque, anche qui siamo una famigliona. Mia moglie Cinzia, naturalmente, è di un’importanza fondamentale e di una bravura unica. Ma è fantastico anche Adriano Cionini, il cuoco, che abita qui a Parrana, era il cuoco anche dell’Accademia Navale e delle crociere sulla Vespucci e non finisce mai di sorprendere, figurarsi che prapara i manicaretti della mia Reggio e lo crederesti più emiliano di me. E fantastico è pure il resto dello staff, da Stefania che impersona l’”aiuto", a Valentina, Federico, Alice e Alberto. Ma, sai una cosa? Sta succedendo come nel basket, dove lievitavano gli spettatori. Qui, grazie al cielo, lievitano i clienti. E i pi˘ sono livornesi entusiasti, vogliosi di vivere i ricordi del basket e che, a forza di complimenti, sanno farti sentire importante».


Last modified 16-03-2007 12:42 expired