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Mediapoli: la struttura irrazionale dell'uomo di massa

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Analisi storico-politica dell'Italia di ieri e di oggi
UNA MAGGIORANZA NUMERICA PORTA COMUNQUE ALLA DEMOCRAZIA LIBERALE ? “Raramente una consultazione elettorale basta a risolvere problemi fondamentali. Di per sé le elezioni non creano un ordinamento liberale…” Autorevole il memento di Ralph Dahrendorf : tievoca il tragico evento che ha spezzato il Novecento, aprendo la maggioranza parlamentare alla pantoclastia di Adolf Hitler, proprio quando la Repubblica di Weimar esprimeva la massima potenzialità della cultura europea. Il recente testo del sapiente indiano Zaccaria ne deriva la netta contrapposizione del voto di massa alla costituzionalità democratica propria del sistema liberale. Ma vediamo da vicino la testimonianza di chi ha vissuto e lucidamente interpretato la crisi della marea montante del nazismo attraverso l’uso perverso del sistema elettorale. Per quella crisi degenerativa della nostra epoca, conviene sentire Wilhelm Reich, testimone e conseguente interprete dell’altrimenti inesplicabile involuzione che travolge la civiltà europea. I sottintesi biopsichici del fenomeno che attanaglierà il mondo intero li decritta nella sua Psicologia di massa del fascismo : “La mentalità fascista è la mentalità dell’uomo della strada, mediocre, soggiogato, smanioso di sottomettersi ad un’autorità e allo stesso tempo ribelle. Non è casuale che tutti i dittatori fascisti escano dalla sfera sociale del piccolo uomo della strada reazionario…Il carattere sadico-pervertito dell’ideologia razziale tradisce la sua natura anche nel suo atteggiamento di fronte alla religione. Si dice che che il fascismo sarebbe un ritorno al paganesimo e il nemico mortale della religione. Ben lungi da ciò, il fascismo è l’estrema espressione del misticismo religioso…(‘misticismo biologico’)…Di conseguenza traspone la religione dell’aldilà della filosofia della sofferenza nell’aldiquà dell’omicidio sadico…Oggi è chiaro a chiunque che il ‘fascismo’ non è l’opera di un Hitler o di un Mussolini, ma che è l’espressione della struttura irrazionale dell’uomo di massa.” Dichiara l’autore : ‘La psicologia di massa del fascismo nacque negli anni di crisi tra il 1930 e il 1933. E’ stata scritta nel 1933; nel settembre del 1933 uscì la prima edizione e nell’aprile del 1934 fu ristampato in Danimarca…Numerose copie del libro, in parte sotto pseudonimo, varcarono tutti i confini tedeschi. Il movimento rivoluzionario illegale in Germania lo accolse con gioia. Riuscì a stabilire un punto di contatto con il movimento tedesco antifascista.’ MA NOI, CHE C’ENTRIAMO ? Se c’entriamo : c’entriamo in pieno. Sopraffatta qualsiasi norma di costituzionalità democratico-liberale, abbiamo creato il prototipo della stessa psicologia di massa, cristallizzata nel mito del capo, cui si affidano le più riposte speranze, superando di gran lunga le facoltà dei ‘re taumaturghi’ di medioevale memoria, dissolvendo nell’adorazione estatica ogni residuo di resistenza conscia e inconscia. Sul piano sociologico, dimenticata ogni controversia sul problema delle élite, in primo piano tra Ottocento e Novecento, palesemente emergente da Pareto a Mosca, fino a al contemporaneo Joseph Schumpeter, dileguato qualsiasi senso critico, ci si è abbandonati al culto provvidenziale dell’uomo della Provvidenza. Giusto in Italia è nato il vero e proprio laboratorio di quello che si chiamerà culto della personalità, smarrita la coscienza della propria individualità, salvo determinate élite, eredi degli spiriti magni dell’illuminismo e del risorgimento. Già nel corso del Cinquecento, smarrita l’assidua consapevolezza precedente lo strenuo risveglio del rapporto tra presenza letteraria e artistica e presa di coscienza storico-politica, si veniva dissociando quella teoria dei sentimenti morali, su cui Adam Smith riponeva il nesso indissolubile fra attività economica e vita morale. Degnamente concludendo la controversia internazionale sul principio di nazionalità, costitutivo fondamentale nella sua versione nazionalistica del totalitarismo fascista, il grande storico Federico Chabod conclude : Volontà, cioè piena coscienza, in un popolo, di quel che vuole : ecco il fattore determinante la nazionalità, per gli Italiani. Fattore non decisivo, altrove, secondo la teoria della ‘nazionalità incosciente’. VERRA’ LA VITA E AVRA’ I TUOI OCCHI Dopo la Resistenza, Cesare Pavese riprese la sua solerte attività editoriale, circondato dall’affetto dei colleghi-amici della Casa Editrice Einaudi, cui rispondeva con la ritrosia rappresentata poeticamente nelle pagine del ‘Ricordo di un amico’ di Natalia Ginzburg. La stessa Natalia sfiorava anni dopo (1970) l’epilogo della vita di Cesare : “L’incapacità di stupirsi e la consapevolezza di non destare stupore, farà sì che noi penetremo a poco a poco nel regno dela noia…” (‘Mai devi domandarmi’). Pare opportuno ora, quasi a smentire l’immagine che ciascuno possa serbare di Cesare Pavese, captare l’intuizione radiosa del momento delle grandi speranze, da lui espresso così : PASSERO’ PER PIAZZA DI SPAGNA Sarà un cielo chiaro. / S’apriranno le strade sul colle di pini e di pietra. / Il tumulto delle strade / non muterà quell’aria ferma. / I fiori spruzzati / di colori alle fontane / occhieggeranno come donne / divertite. Le scale / le terrazze le rondini / canteranno nel sole. / S’aprirà quella strada, / Le pietre canteranno, / il cuore batterà sussultando / come l’acqua nelle fontane - / sarà questa la voce / che salirà le tue scale. / Le finestre sapranno / l’odore della pietra e dell’aria / mattutina. S’aprirà una porta. / Il tumulto delle strade / sarà il tumulto del cuore / nella luce smarrita. / Sarai tu – ferma e chiara. TORINO METROPOLI EUROPEA Oggi riscoperta quale capitale dell’industria privata, dell’editoria, della radiofonia, del cinema, dell’eleganza, si veste di nuova urbanistica, di nuova architettura : si rivela nelle sue storiche capacità d’intelligenza. Già, fin dall’anteguerra, i neghittosi sovrani sabaudi riconobbero l’ingegno quando emergeva, nominando Silvio Ottolenghi ‘fotografo della real casa’. Nulla sfugge al mio obbiettivo, era la sigla di questo pioniere dell’attività foto-giornalistica. Silvio Ottolenghi, grande torinese (m.I,90), ha avuto stretti rapporti con Livorno. Somigliante al famoso attore inglese Victor McLaglen – prima del suo successo cinematografico campione britannico nella boxe dei pesi massimi – inventò attraverso i suoi straordinari reportage il ruolo di redattore fotografico dei principali giornali torinesi. Quando sopraggiunsero le famigerate ‘leggi razziali’ rifiutò qualsiasi compromesso confessionale : “Ora dovrei insegnare ai miei figli la vigliaccheria”. Il figlio prediletto, Felicino, avviato a una brillante carriera giornalistica, svettava nella sua prestanza tra Piazza San Carlo e Via Roma, affrontando le SS che lo avrebbero deportato. Silvio, a sua volta fu imprigionato : compagno di cella di Montanelli, negli ultimi giorni della guerra, fu liberato da un nucleo partigiano. E riprese con indomita inventiva, all’età di 65 anni, inutilizzabili le vecchie auto sportive, correndo in motocicletta dovunque eventi di rilievo lo richiedessero.

Last modified 05-04-2006 10:32 expired