
Mediapoli
COME SI DISTRUGGE UN MITO
Sistema mediatico, cinema, nerrativa letteraria : quanto rivelano dei
personaggi, dei fatti e dei problemi della storia ? possono davvero
competere con la storia vera, quella espressa dalla storiografia, tenuta a
osservare un’etica di rigorosa problematicità, se non altro quando ricercano
una verità biografica, quel ‘tendere verso’ dell’esperienza vissuta ?
particolarizzando quell’interrogare se stessi che fonda l’assiduo imperativo
del pensiero filosofico occidemtale-orientale ?
In Amedeo Modigliani l’antica sapienza ebraica e l’autentica classicità italiana e europea, come la contemporaneità rivolta temerariamente al futuro, sono convissute con pari intensità, appartengono alla sua avida fantasia.. I furibondi anni parigini del nostro Dedo, nella loro apparente bizzarria, sono in realtà ispirati dalla forza dominante di un’intuizione insofferente della piatta e bieca normalità. Fino a 22 anni Dedo è vissuto a Livorno, confortato dall’atmosfera anticonformista e autenticamente cosmopolita della famiglia. Ma questa stessa avventurosità familiare, frenata dal prevalente tradizionalismo del costume della borghesia cittadina, non gli basta.
E’ Parigi, crogiuolo cosmopolita - dove l’eccezione diviene regola esistenziale, artistica, poetica, filosofica - a improntare la vita quotidiana, le più impensate avventure della fantasia e del pensiero, a liberare le compresse energie interiori, a consentire di attingere ‘l’aria delle grandi altezze’. La personalità fascinosa di Modigliani, la sua stessa originalità trascinante e magnetica , facilitano l’immediatezza dei suoi rapporti con lo spagnolo Picasso e con il russo Chagall, gli amori tempestosi con le più seducenti presenze femminili, di estrazione estremamente varia, culmineranno nell’incontro trasfigurante con Jeanne Hébuterne, rappresentato in una memorabile sequenza del film Montparnasse ’19 di Jacques Becker.
Ne rendevano la grazia segreta Gérard Philippe e Anouk Aimée. Alla fine del Novecento, un’ennesima battaglia ci ha consentito di girare in coproduzione italo-francese, superando le consuete prevedibili interferenze burocratico-aziendali targate Rai, un nuovo film che non ha potuto evitare fin dal titolo il soprannome Modì, ripetendo la facile assonanza con il francese maudit. Allusione al preteso maledettismo del nostro Dedo. Jeanne Modigliani, la figlia dell’artista, esponente della Resistenza francese e rigorosa interprete dell’esperienza paterna, aveva approvato l’edizione da me curata della sua biografia del padre (Modigliani racconta Modigliani, Livorno,1984). Consenziente con la mia sceneggiatura, si era ripromessa di raggiungere Livorno per “scambiare sguardi di gioia con gli amici”. Il doloroso ricorso con l’immatura morte del padre ha impedito di averla fra noi durante le riprese del film.
Avrebbe condiviso l’interpretazione del comune amico Richard Berry (Dedo), di Elide Melli (Jeanne Hébuterne), di Angela Goodwin (Eugenia Garsin, la madre di Dedo). Ora esce I colori dell’anima, produzione yankee, diretta da certo Mick Davis, dove la balordaggine del titolo è approvata con quel che segue dall’Istituto Luce, distributore dell’impresa, con larga partecipazione romena. Una scenografia vuota, forse idonea in presenza di una regia che la sapesse usare e di una interpretazione che non fosse totalmente caricaturale, con un grottesco Picasso e un insignificante Andy Garcia, ingentilito dalla partner (E. Zilberstein).
Tanto vigile è la difesa dei nostri beni culturali. Ma se per caso in qualche angolo innocente della memoria sopravvivesse una traccia qualsiasi di quella turpitudine sarà bene dilavarla con le note intrise della nostalgia di Anna Achmatova : “… Tutto quanto era divino in Amedeo sfavillava soltanto attraverso uno strato di tenebre. Aveva la testa di Antinoo ed occhi dalle scintille d’oro. Non assomigliava assolutamente a nessuno al mondo. La sua voce mi è rimasta per sempre nella memoria…Con me non soleva parlare di cose terrene…” E la voce poetica di Anna evoca aspetti veri della Parigi di allora : “…Marc Chagall aveva già portato a Parigi la sua magica Vitebsk, e per i viali di Parigi passeggiava, giovane sconosciuto, Charlie Chaplin.
Nella pioggerella, Modigliani andava con un enorme, decrepito ombrello nero. Sotto questo ombrello sedevamo talvolta su una panchina al giardino del Luxembourg. Cadeva una tiepida pioggia d’estate e a due voci recitavamo Verlaine, che noi si ricordava a memoria, felici di ricordare gli stessi passaggi…” GRAZZINI UP-TO-DATE Quarant’anni di critica militante di Giovanni Grazzini sono rappresentati in primo luogo dalla sua presenza determinante al ‘Corriere della Sera’ e dalle decine di volumi editi da Laterza.
E’ opera sua il rilancio del Centro Sperimentale di Cinematografia: da dinamico presidente dell’Ente Cinema ha voluto restituire al cinema pubblico il suo ruolo propulsivo. A un certo punto Grazzini è sembrato rivolgersi con nostalgia alla sua formazione di italianista, studioso della nostra letteratura, da quella dei primi secoli – sfociante dall’edizione del suo omonimo narratore del ‘500 agli sviluppi contemporanei più significativi. 0Ultimamente la lunga laboriosità nella vita del cinema gli ha fatto scoprire un’origine insolita, di timbro propriamente europeo, della stessa attività cinematografica. Ne ritorna in piena luce la funzione cognitiva, connettiva delle varie arti, sollecitante riflessione e immaginazione : riemergono le qualità tipiche dell’esperienza cinematografica.
Dai fondamenti a un tempo realistici e fantastici dei Lumière e di Meliès, in suggestivo parallelismo emerge il lavoro di un fotografo polacco, Boleslav Matuszewski : tra Ottocento e Novecento trova nella fotografia animata una fonte documentaria e storica d’importanza insostituibile. Non siamo ancora nela luminosa Parigi della ‘belle époque’ ma nell’oscura provincia della Polonia russa, da dove muove Matuszewski per creare a Varsavia con il fratello uno studio fotografico. Ne organizza una succursale a Parigi e fra il 1896 e il 1906 percorre l’Europa per svariati periodici. I suoi ritratti attirano l’attenzione dello zar Nicola 11, che lo chiama alla sua Corte. Da Pietroburgo Matuszewski segue lo zar nei suoi viaggi all’estero, nelle partite di caccia, nelle cerimonie di Stato. Proietta all’Eliseo la ripresa di difficili operazioni chirurgiche, con l’evidenza delle immagini può smentire l’infondata leggenda di pretese infrazioni all’etichetta durante la visita in Russia del Presidente francese Faure.
Il cinema documentario, commercializzato nel 1895 dai Lumiière ma anticipato da Marey e da Edison, affascina Matuszewski : ne diviene il primo teorico quando, nel 1898, pubblica due opuscoli intitolati Una nuova fonte della storia e La fotografia animata. Vi afferma la funzione del cinema per la storia della società e la necessità informativa e culturale delle pur brevi ripresxe frammentarie, girate anche casualmente.
L’istituzione della cineteca per le finalità propriamente storiografiche del cinema ha in Matuszewski il suo primo assertore, animato com’è dalla fede nel progresso, tipica della cultura positivista. Lo sguardo dell’operatore, secondo Matuszewski, dev’essere sempre in agguato per captare moti di piazza, eventi svariati, battaglie : “Ovunque ci sarà un raggio di sole il fotografo (del cinema) sarà spinto dalla curiosità naturale dell’uomo e dal bisogno di guadagno. Quindi inutili fiumi d’inchiostro si sarebbero risparmiati se il cinema fosse esistito al tempo della Rivoluzione e di Napoleone”. In polemica con il cinema fiabesco di Meliès, accoglie la raccomandazione espressa da Baudelaire trent’anni prima: fare della fotografia ‘la serva umilissima della scienza’.
All’Esposizione Universale del 1900, Matuszewski espone suoi ritratti su smalto, dopo aver illustratouna nuova funzione insospettata della ‘fotografia animata’ nell’indagine grafologica. L’esperienza di Matuszewski implica la complessiva consapevolezza della natura euristica dell’attività cinematografica. Nella monografia edita da Carocci, Giovanni Grazzini segue il ‘pioniere Matuszewski’ fino agli anni ’20 e ai ’40, quando svolge un’intensa azione associativa fra i giovani per la cultura e la pace mondiale.
Fino a quando muore in miseria, mentre ancora infuria l’ultima catastrofe dell’Europa, da lui lungamente presagita.
In Amedeo Modigliani l’antica sapienza ebraica e l’autentica classicità italiana e europea, come la contemporaneità rivolta temerariamente al futuro, sono convissute con pari intensità, appartengono alla sua avida fantasia.. I furibondi anni parigini del nostro Dedo, nella loro apparente bizzarria, sono in realtà ispirati dalla forza dominante di un’intuizione insofferente della piatta e bieca normalità. Fino a 22 anni Dedo è vissuto a Livorno, confortato dall’atmosfera anticonformista e autenticamente cosmopolita della famiglia. Ma questa stessa avventurosità familiare, frenata dal prevalente tradizionalismo del costume della borghesia cittadina, non gli basta.
E’ Parigi, crogiuolo cosmopolita - dove l’eccezione diviene regola esistenziale, artistica, poetica, filosofica - a improntare la vita quotidiana, le più impensate avventure della fantasia e del pensiero, a liberare le compresse energie interiori, a consentire di attingere ‘l’aria delle grandi altezze’. La personalità fascinosa di Modigliani, la sua stessa originalità trascinante e magnetica , facilitano l’immediatezza dei suoi rapporti con lo spagnolo Picasso e con il russo Chagall, gli amori tempestosi con le più seducenti presenze femminili, di estrazione estremamente varia, culmineranno nell’incontro trasfigurante con Jeanne Hébuterne, rappresentato in una memorabile sequenza del film Montparnasse ’19 di Jacques Becker.
Ne rendevano la grazia segreta Gérard Philippe e Anouk Aimée. Alla fine del Novecento, un’ennesima battaglia ci ha consentito di girare in coproduzione italo-francese, superando le consuete prevedibili interferenze burocratico-aziendali targate Rai, un nuovo film che non ha potuto evitare fin dal titolo il soprannome Modì, ripetendo la facile assonanza con il francese maudit. Allusione al preteso maledettismo del nostro Dedo. Jeanne Modigliani, la figlia dell’artista, esponente della Resistenza francese e rigorosa interprete dell’esperienza paterna, aveva approvato l’edizione da me curata della sua biografia del padre (Modigliani racconta Modigliani, Livorno,1984). Consenziente con la mia sceneggiatura, si era ripromessa di raggiungere Livorno per “scambiare sguardi di gioia con gli amici”. Il doloroso ricorso con l’immatura morte del padre ha impedito di averla fra noi durante le riprese del film.
Avrebbe condiviso l’interpretazione del comune amico Richard Berry (Dedo), di Elide Melli (Jeanne Hébuterne), di Angela Goodwin (Eugenia Garsin, la madre di Dedo). Ora esce I colori dell’anima, produzione yankee, diretta da certo Mick Davis, dove la balordaggine del titolo è approvata con quel che segue dall’Istituto Luce, distributore dell’impresa, con larga partecipazione romena. Una scenografia vuota, forse idonea in presenza di una regia che la sapesse usare e di una interpretazione che non fosse totalmente caricaturale, con un grottesco Picasso e un insignificante Andy Garcia, ingentilito dalla partner (E. Zilberstein).
Tanto vigile è la difesa dei nostri beni culturali. Ma se per caso in qualche angolo innocente della memoria sopravvivesse una traccia qualsiasi di quella turpitudine sarà bene dilavarla con le note intrise della nostalgia di Anna Achmatova : “… Tutto quanto era divino in Amedeo sfavillava soltanto attraverso uno strato di tenebre. Aveva la testa di Antinoo ed occhi dalle scintille d’oro. Non assomigliava assolutamente a nessuno al mondo. La sua voce mi è rimasta per sempre nella memoria…Con me non soleva parlare di cose terrene…” E la voce poetica di Anna evoca aspetti veri della Parigi di allora : “…Marc Chagall aveva già portato a Parigi la sua magica Vitebsk, e per i viali di Parigi passeggiava, giovane sconosciuto, Charlie Chaplin.
Nella pioggerella, Modigliani andava con un enorme, decrepito ombrello nero. Sotto questo ombrello sedevamo talvolta su una panchina al giardino del Luxembourg. Cadeva una tiepida pioggia d’estate e a due voci recitavamo Verlaine, che noi si ricordava a memoria, felici di ricordare gli stessi passaggi…” GRAZZINI UP-TO-DATE Quarant’anni di critica militante di Giovanni Grazzini sono rappresentati in primo luogo dalla sua presenza determinante al ‘Corriere della Sera’ e dalle decine di volumi editi da Laterza.
E’ opera sua il rilancio del Centro Sperimentale di Cinematografia: da dinamico presidente dell’Ente Cinema ha voluto restituire al cinema pubblico il suo ruolo propulsivo. A un certo punto Grazzini è sembrato rivolgersi con nostalgia alla sua formazione di italianista, studioso della nostra letteratura, da quella dei primi secoli – sfociante dall’edizione del suo omonimo narratore del ‘500 agli sviluppi contemporanei più significativi. 0Ultimamente la lunga laboriosità nella vita del cinema gli ha fatto scoprire un’origine insolita, di timbro propriamente europeo, della stessa attività cinematografica. Ne ritorna in piena luce la funzione cognitiva, connettiva delle varie arti, sollecitante riflessione e immaginazione : riemergono le qualità tipiche dell’esperienza cinematografica.
Dai fondamenti a un tempo realistici e fantastici dei Lumière e di Meliès, in suggestivo parallelismo emerge il lavoro di un fotografo polacco, Boleslav Matuszewski : tra Ottocento e Novecento trova nella fotografia animata una fonte documentaria e storica d’importanza insostituibile. Non siamo ancora nela luminosa Parigi della ‘belle époque’ ma nell’oscura provincia della Polonia russa, da dove muove Matuszewski per creare a Varsavia con il fratello uno studio fotografico. Ne organizza una succursale a Parigi e fra il 1896 e il 1906 percorre l’Europa per svariati periodici. I suoi ritratti attirano l’attenzione dello zar Nicola 11, che lo chiama alla sua Corte. Da Pietroburgo Matuszewski segue lo zar nei suoi viaggi all’estero, nelle partite di caccia, nelle cerimonie di Stato. Proietta all’Eliseo la ripresa di difficili operazioni chirurgiche, con l’evidenza delle immagini può smentire l’infondata leggenda di pretese infrazioni all’etichetta durante la visita in Russia del Presidente francese Faure.
Il cinema documentario, commercializzato nel 1895 dai Lumiière ma anticipato da Marey e da Edison, affascina Matuszewski : ne diviene il primo teorico quando, nel 1898, pubblica due opuscoli intitolati Una nuova fonte della storia e La fotografia animata. Vi afferma la funzione del cinema per la storia della società e la necessità informativa e culturale delle pur brevi ripresxe frammentarie, girate anche casualmente.
L’istituzione della cineteca per le finalità propriamente storiografiche del cinema ha in Matuszewski il suo primo assertore, animato com’è dalla fede nel progresso, tipica della cultura positivista. Lo sguardo dell’operatore, secondo Matuszewski, dev’essere sempre in agguato per captare moti di piazza, eventi svariati, battaglie : “Ovunque ci sarà un raggio di sole il fotografo (del cinema) sarà spinto dalla curiosità naturale dell’uomo e dal bisogno di guadagno. Quindi inutili fiumi d’inchiostro si sarebbero risparmiati se il cinema fosse esistito al tempo della Rivoluzione e di Napoleone”. In polemica con il cinema fiabesco di Meliès, accoglie la raccomandazione espressa da Baudelaire trent’anni prima: fare della fotografia ‘la serva umilissima della scienza’.
All’Esposizione Universale del 1900, Matuszewski espone suoi ritratti su smalto, dopo aver illustratouna nuova funzione insospettata della ‘fotografia animata’ nell’indagine grafologica. L’esperienza di Matuszewski implica la complessiva consapevolezza della natura euristica dell’attività cinematografica. Nella monografia edita da Carocci, Giovanni Grazzini segue il ‘pioniere Matuszewski’ fino agli anni ’20 e ai ’40, quando svolge un’intensa azione associativa fra i giovani per la cultura e la pace mondiale.
Fino a quando muore in miseria, mentre ancora infuria l’ultima catastrofe dell’Europa, da lui lungamente presagita.
Last modified
03-08-2005 12:59
expired
