
Un luogo per costruire consuetudini
A tu per tu con Alessandro Benvenuti
Nome?
Alessandro
Cognome?
Benvenuti
Studi?
Studi?…interrotti presto. Sono stato uno studente sfortunato, diciamo così. Ho fatto il geometra
Professione?
Penso d’essere un attore, un autore e un regista
teatro o cinema?
Tutti e due. Adesso più il teatro perché il cinema è abbastanza ridicolo in Italia. Siamo una sottocultura, un sottoprodotto del cinema americano e quindi non abbiamo storie che possano interessare molto il mondo.
Che cos’è il teatro?
È un luogo dove, se c’è un attore e almeno uno spettatore, si riesce a fare uno spettacolo. Questa definizione è di Grotoskwi. Per me è il luogo dove un attore costruisce consuetudini, appuntamenti con il pubblico che si ripetono e spettatori con cui stabilire rapporti di chimica umana. A forza di tornare in uno stesso posto si finisce per incontrarsi, per fare conoscenze che diventano importanti.
teatro comico, tragico, civile, prosa…?
Qualunque genere va bene. Preferisco gli spettacoli dove dici “ho fatto bene a vederli”, non le cose inutili dove capisci poco o dove capisci anche troppo e ti rendi contro che non servono a nulla.
lo spettacolo teatrale più bello?
“La classe morta” di Kantor. Credo sia una delle cose più belle che abbia mai visto. È stato l’unico spettacolo dove per l’emozione non sono riuscito ad applaudire e per me è strano non riuscirci.
… e il più brutto?
No, non mi piace dirlo… anche perché ne ho visti tanti brutti sinceramente. Purtroppo capita che a volte vedi del teatro inutile, però io sono un positivo nel senso che anche quando vedo delle cose poco belle penso sempre che è bello avere la voglia di fare teatro anche se a volte faresti meglio a non farlo.
il regista teatrale più interessante?
Sono implicato con troppi registi… ah ah.. (ride)
Lo stesso vale per l’attore/attrice?
Non ho una risposta per un semplice motivo: ci sono tantissimi attori e attrici bravi.
Il testo più amato?
Ti parlo di un mio testo perché io non ho fatto… per amare un testo bisogna averlo fatto… è inutile leggere Shakespeare e non farlo. Ci sono due testi che non faccio più e sono molto belli uno è “Gino detto Smith e la panchina sensibile”, l’altro è “TTT becchettio”. Anche “Come due gocce d’acqua”, non dico i Gori perché è come se fossero infra-testo, nel senso che è come se fossero cose mie che non sono visibili come testi altri, come se fosse me stesso che racconto per cui non lo considero un testo, lo considero fuori categoria. Questi sono i tre testi che amo di più.
Un film?
Ho un film di culto: Blade Runner.
Un libro?
Il primo che mi ha sconvolto: “Tropico del cancro” di Henry Miller
Una musica?
“Water melon in a easter hi” di Frank Zappa. È l’unica canzone, dicono le cronache, che i parenti di Zappa non riescono a sentire, perché si commuovono troppo
Credi che i recenti tagli alla cultura siano un inevitabile sacrificio di un settore economicamente sacrificabile o piuttosto l’esito di una volontà e strategia “punitiva” nei confronti di un settore critico e politicamente scivoloso?
Ci sono delle persone che amano le critiche e ci sono delle persone che le critiche non le sopportano, e in genere chi le critiche non le sopporta è una persona debole, è una persona che ha paura… come quelli che hanno paura del silenzio perché gli tocca pensare, non vogliono stare nei luoghi silenziosi in mezzo ai boschi che poi, cosa pensano se i pensieri gli fanno paura? La classe politica è un po’ ridicola, come politici non hanno scuola sembrano più imprenditori o manager che politici. La politica è un’arte antichissima un po’ come il teatro: va saputa fare conoscendone le regole. C’è un tentativo di alzare il tono polemico in cui la discussione diventa solo gossip e non più analisi. Uno si ricorda le vecchie tribune elettorali dove c’erano i politici che discutevano con una proprietà di linguaggio. Basta ricordarsi Berlinguer come era puntuale su certe osservazioni o su certe cose… adesso la classe politica è alla deriva, è una classe di gente senza fascino. Qual è il grande male di oggi? La banalità, il fatto che tutto passa attraverso i media, tutto passa attraverso un linguaggio televisivo dove è più importante l’apparire che l’essere, dove non ha tanta importanza cosa è vero ma cosa viene detto e con che volume viene detto, se guardi le trasmissioni televisive ti accorgi che la vera rivoluzione sta nei decibel, non nei contenuti. Chi urla di più ha più potere. La cultura fa riflettere è un discorso più analitico, più profondo, più approfondito. Quelli che governano sembrano suscettibili a critiche, è possibile che ci sia anche un desiderio punitivo nei confronti di un settore che invece spesso ha la funzione di opposizione, di critica, come deve essere poi per la satira, per la critica e per le arti.
È indiscutibile che vi siano stati sprechi nel sistema teatrale nazionale…
È vero che ci sono stati sprechi. Quello che sta succedendo dividerà le persone in due categorie, coloro che non si arrendono e coloro che si arrendono. La speranza è che io sia tra coloro che non si arrendono, il che non vuol dire che hanno improvvisamente i mezzi per sopravvivere, no, io devo contare sempre su me stesso: se faccio uno spettacolo bello rischio di venderlo, se ne faccio uno brutto ancora di più di non venderlo. Un 50% di coloro che prendono soldi, sono bluff. Allora voglio sperare che questa purga politica serva per far restare solo i più “forti”. Non i più forti perché sono gli amici degli amici ma quelli che hanno qualcosa da dire, una voglia disperata di non morire, di resistere.
Noi siamo in trincea, è il luogo di villeggiatura che preferisco.
Quello che volevo dire è che un taglio alla cultura è sempre estremamente pericoloso, perché se è vero che bisogna mangiare e quindi riempire lo stomaco, è anche vero che uno stomaco pieno in compagnia a un cervello vuoto non è un granché…
Sabato 17 dicembre sei a Livorno presso il Centro Artistico Il Grattacielo con “me medesimo”, l’origine del testo?
Castiglioncello, Massimo Paganelli e Betty mi hanno spinto a cercare una collaborazione ulteriore con Bobo Rondelli. L’ho scritto, Bobo non l’ha ritenuto adatto a sé, l’ho riscritto nuovamente per Andrea Cambi per farlo d’estate a Castiglioncello e poi ho deciso di rilavorarlo anche per altri attori. Quindi farò 5-6-7 date di lettura dello spettacolo, diciamo così, dove io mi relaziono con il pubblico chiedendo le loro osservazioni, le loro critiche, le parti più riuscite… dopodichè lo scrivo in modo definitivo. Poi vorrei cercare un attore per farlo. Ho pensato a Cosentino che potrebbe fare benissimo un personaggio come “me medesimo”, come Paolo Hendel del resto… ce ne sono tanti. Quindi, io mi prendo questo spazio di lettura spettacolarizzata per capire esattamente cosa ho fatto e migliorarlo insieme al pubblico. Questo è un po’ il senso dell’operazione di “me medesimo”.
Mi chiedevo che cosa ti aveva spinto a scriverlo…
Hai ragione scusa. Il desiderio di raccontare un dolore esistenziale, un “mal di vivere”. La pesantezza della vita di tutti i giorni, come padre, come persona… siamo sempre tutti perfettibili, però mi sento sempre con un dolore addosso perché vivo in un mondo dove bisogna farsi spazio con le unghie e con i denti, in un mondo di gente banale, irriconoscente. È difficile stabilire rapporti equilibrati, fattibili… viviamo una società di morte, società dei consumi… siamo tutti erosi. Non ci sono più i temi… si bivacchia perché abbiamo esempi televisivi terrificanti, i nostri figli sono bombardati dal consumismo, dalle tecnologie nuove che dovrebbero aiutare l’uomo e che fanno perdere un sacco di tempo all’uomo e che via via che esce un nuovo cellulare devi perder tempo per imparare a usarlo. Perdi più tempo ad usarlo che non a farti una bella passeggiata o un bagno in mare, è proprio una società di consumo che ti consuma. Questo dolore lo sento addosso e sul dolore ci lavoro, non c’è comicità vera che non parta da un ceppo di dolore vero, e siccome sono un ricercatore di linguaggi comici… perché così mi definisco, ecco che affondare ancora le unghie, le mani in un pozzo di dolore, è una cosa che devo fare. Questo è “me medesimo”.
C’è qualcosa che vorresti fare o che ti manca professionalmente?
Il fatto di essere stato considerato solo un comico per molti anni ha portato tanta gente a vedermi solo in un certo modo. Esiste uno snobismo intellettuale per cui il comico se non è dichiaratamente schierato diventa una persona strana, non si sa se è un buffone, una persona seria, un cabarettista oppure un attore… e io ho sofferto per anni anche il successo televisivo che ho avuto con i Giancattivi,. Per cui zitto zitto negli anni non ho fatto altro che fare una ricerca, una vera e propria ricerca. Poi due persone mi hanno sdoganato: uno è Armando Punzo di Volterra che per la prima volta mi ha preso per tre stagioni consecutive al festival di Volterra e l’altro è Massimo Paganelli che mi ha cercato e abbiamo fatto dei ragionamenti e discorsi per produrre delle cose qui, tra l’altro la Benvenuti srl ha proprio co-prodotto insieme ad Armunia teatro, Leonardo Capuano e Renata Palminiello. Ultimamente Capuano e Roberto Abbiati, senza considerare “Costruttori d’imperi” con Davide Iodice. Per me è stata un’esperienza illuminante lavorare con un regista come lui. Adesso ho gli occhi puntati su una serie di persone e loro a loro volta ricambiano il mio sguardo. Molti hanno cominciato a prendermi in considerazione e si sono accorti che sono qualcosa d’altro rispetto al Benvenuti che credevano. Ho una serie di progetti che non so nemmeno come farò a farli
Quali?
Uno è un Checov con Federico Tiezzi per la prossima estate. Federico è una persona che stimo moltissimo, conoscevo il lavoro dei Magazzini Criminali e della compagnia Lombardi-Tiezzi. Quando ero un Giancattivo a Firenze cercavamo sempre di vedere i loro spettacoli perché facevano un teatro estremamente interessante. L’altro è un progetto con Melofreni che è un Aiace da fare a Tindari, un altro lavoro è Farenheit 401 di R.Bradbury con Elisabetta Pozzi. Sono tre cose per me enormi. Poi abbiamo l’addio a Gori che presenteremo al teatro Verdi di Pisa a metà maggio; e poi sto lavorando a cinque testi, cinque spettacoli… dovrò cercare attori e attrici, spero di averne la forza…
Stai pensando a una compagnia?
Ho detto alla mia organizzatrice, Valeria Orani, che bisogna metterci in testa di formare una compagnia, perché non riesco più a star dietro a tutto, ci sono dei testi che vorrei tanto fare e che non è più possibile fare perché sono uno solo. Devi considerare che sono in tournee con otto spettacoli, più un concerto con la “banda improvvisa”. Non ho più neanche il tempo di respirare. Quindi è necessario cominciare a pensare seriamente a formare una compagnia all’interno della Benvenuti srl che cominci a rappresentare i miei testi anche senza di me, è l’unico modo. Poi sono piuttosto richiesto come regista. Nel 2005 ho firmato tre regie esterne e sono coautore di uno spettacolo. Ho altre 3-4 richieste come regista e autore, e anche Ugo Chiti, per L’arca azzurra, mi ha chiesto per il 2007 di scrivere un testo e curarne la regia. Stiamo ancora in tournee con nero cardinale di Ugo Chiti, senza contare Costruttori d’imperi con Davide Iodice. È un grosso fermento quello che c’è.
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07-12-2005 12:27
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