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Un miliardo e mezzo buttato al vento

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Isola d'Elba: un pezzo di storia dimenticata
LA DENUNCIA / «Mattanza» politica sull’ex tonnara L’odissea dello storico edificio dell’Enfola in rovina a undici anni dal primo progetto di recupero e a sette dall’inizio dei primi lavori costati un miliardo e mezzo di vecchie lire di Senio Bonini Termite infaticabile, l’incuria si è insidiata nelle crepe. L’abbandono ha intaccato le mura come un tarlo nel legno. La tettoia della «loggia» non esiste più, mostra il fianco scoperto, robusto scheletro di acciaio arrugginito costretto nel cemento. Trasudano come cinquanta e passa anni fa quelle pareti. Non gocciolano più il salmastro miscelato ai venti color zolfo degli altiforni di Portoferraio che si spingevano talvolta fin laggiù. Filtrano l’ignoranza, il calpestio dei ricordi, occhi voltati altrove, lontani da una storia rimossa. È questa, per un singolare contrappasso, la «mattanza» della politica sulla pelle dell’ex tonnara dell’Enfola, a undici anni dal primo progetto di recupero dello stabile e a sette dall’inizio dei primi lavori foraggiati da oltre un miliardo e mezzo di finanziamenti pubblici. Un crogiolo le responsabilità, dal ministero dell’Ambiente, alla Regione Toscana, dal Parco nazionale al Comune di Portoferraio. LE FERITE - Intrisa della polvere dell’intonaco e dei calcinacci, la «tavola del tagliatore» è ancora là. Era «l’altare» sul quale i tonni si concedevano alle maestrie dei tonnarotti, oggi mostra indelebili i segni del tempo a cui nessuno ha posto riparo. A pochi metri carcasse di ferri rugginosi, forse quel che resta delle «graffiatrici» che sigillavano le scatolette d’alluminio. O dell’argano, indispensabile per salpare i «bastimenti», i barconi usati per la pesca. Stinte le scritte incise sul metallo, «Cross limited Manchester», l’ultima carta d’identità. Un calpestato cartellone metallico parla di interventi sbiaditi: «Lavori di restauro – Tonnara. D.M 23/05/1988. Ditta esecutrice: Snc Pelagatti Piombino». Quasi vent’anni fa. In frantumi i vetri delle finestre che dall’alto osservano un desolante abbandono. L’arsenale, con la volta a botte e le tre finestre che si aprono sul mare, allora ricovero di reti e barche, è un concentrato di stupore. Il pavimento non esiste: solo terra, sabbia, detriti, mattoni sbrecciati. Impalcature, legni accatastati, persino una tanica di kerosene in un angolo. Sembra mimetizzarsi tra i cumuli di macerie una delle lapidi che celebrava Fortunato Senno, proprietario della tonnara a fine ‘700. È in mille pezzi, distrutta. Dall’arsenale si passa a un cortile interno dove si intravede a fatica, sepolta dai rovi, la caldaia usata per bollire i tonni appena pescati. Così appare oggi l’ex tonnara dell’Enfola, il sito ideale indicato di volta in volta per ospitare «un museo del mare», «un centro di ricerca per l’Università di Firenze», «una sede per il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano». E perché no rifugio per l’associazione Amici dell’Enfola o angolo privilegiato per un nuova «casa del Parco». Tanti discorsi scrostati dal niente. LA BUROCRAZIA – L’ultima mattanza il 24 giugno 1958, 22 tonnellate di pescato. Poi il letargo, i tetti che crollano sotto il peso degli anni. Sporadici gli interventi di manutenzione. Un progetto di recupero spunta nel 1995 a firma dell’architetto Giovanni Pettena. Sebbene l’ex tonnara sia dal 1996 in concessione al Comune di Portoferraio è il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano a farsi avanti presentando al ministero dell’Ambiente un disegno per la completa ristrutturazione dell’edificio. Nel febbraio ’98 il presidente Tanelli ottiene un finanziamento di 750 milioni di lire. Il primo lotto dei lavori per il «restauro conservativo» dell’edificio scatta agli inizi del ’99. È il 13 dicembre del 2000 quando la prima fase si conclude. Per consegnare a nuova vita il «marfaraggio» dell’Enfola, come era anche chiamato, manca il solo secondo lotto, quello per intendersi destinato agli interni dell’edificio. Sono passati cinque anni e quei lavori non sono ancora iniziati. Lo stesso Tanelli prima di lasciare la presidenza del Parco aveva attivato la richiesta di finanziamento al ministero dell’Ambiente. Nel frattempo il braccio di ferro tra Matteoli e Martini per il vertice dell’area protetta. Niente di fatto, inizia il commissariamento Barbetti. Solo nel dicembre 2003 il progetto per il fatidico secondo lotto è approvato dalla Conferenza dei servizi, spesa prevista 400 mila euro. Si parte? Macché. «Abbiamo aspettato il permesso dall’ufficio Siit (Servizio infrastrutture, ndr) della Regione Toscana per un anno e mezzo», spiega Angelo Banfi, direttore generale del Parco. «Quest’autorizzazione, che in precedenza spettava al ministero, è arrivata solo il 25 gennaio 2005». Poco importa se nel conto consuntivo del 2004 il commissario Barbetti prometteva di arrivare finalmente «all’affidamento dei lavori di ristrutturazione e completo recupero dello storico edificio». Poco importa se il bilancio di previsione dell’esercizio finanziario 2006 di via Guerrazzi finiva per sbugiardare quanto fin qui (non) fatto dichiarando come l’ex tonnara sarebbe stata «nel 2006 completamente ristrutturata anche negli spazi interni per essere finalmente utilizzata». «Scandaloso, vergognoso», tuona l’ex presidente Tanelli. Intenti che bruciano come benzina sul fuoco a dispetto del tempo sprecato. Intanto il 23 maggio 2005 una ditta di Rioveggio si aggiudica la gara d’appalto per il sempre più improbabile secondo lotto. Il 14 ottobre il Parco comunica alla giunta Peria l’inizio dei lavori previsto da lì a cinque giorni: «Non se ne parla». L’ufficio tecnico guidato dall’architetto Mauro Parigi non si accontenta delle autorizzazioni ottenute in sede di Conferenza dei Servizi al tempo dell’esecutivo Ageno e blocca l’iter. I malpensanti intravedranno sotterranee ripicche politiche… «Ma no no, semplici incomprensioni», chiosa Parigi. Fatto sta che il Parco ripresenta tutta la documentazione a fine novembre: bocciata. Ma come? «Incompleta». E così si va avanti fino a febbraio mentre i muri si scrostano e i ricordi si sgretolano. Al Comune di Portoferraio il fiato sul collo del tempo che scorre. «In settimana (ad oggi 13 febbraio, ndr) partirà dall’ufficio tecnico una lettera di nulla osta per l’inizio dei lavori», sottoscrive Parigi. Perfetto, registrato. Sembrerebbe fatta, quindi, ma guardando a tutte le settimane che furono come si fa a non dubitare? Ogni giorno di sole lasciano Portoferraio e fanno il loro ingresso, come fosse la prima volta, all’Enfola. Due colpi di chiave e si apre lo scrigno dei ricordi, la casa che fu di Marco Ridi, loro padre e ultimo «raìs» della tonnara. Aromi di erbino e tonnina, il sale che punge le narici, la salsedine sulla pelle, istantanee di bambine. Gli occhi di Maria Luisa e Dina Ridi si illuminano e rivivono quegli attimi. Poi, d’un tratto, come se i titoli di coda di un film in bianco e nero stracciassero la scena, si spengono. Puntano al relitto che è la tonnara di oggi e sibilano l’inevitabile: «A vederla così piange il cuore…». LA STORIA / La «danza della morte» dell’Enfola Il rituale della mattanza: adrenalina, superstizioni e geometrie di un’epoca passata di Senio Bonini Come frustate. Frenetiche, impazzite, disperate. Fino a un attimo prima la calma. Poi quello specchio d’acqua si anima, diviene increspato caleidoscopio, impossibile via di fuga. La «camera della morte» si colora di sangue. Stremati, vinti, i tonni vengono issati sui «bastimenti», i barconi ubriachi dell’eccitazione dei tonnarotti, protagonisti dell’atto estremo della mattanza, unica risorsa di vita per loro. In quella frenesia si risolvevano metodici preparativi che duravano mesi. Un complesso rituale, fredde geometrie, adrenalina mista a superstizione. Le tonnare come cattedrali sul fondo del mare: 90 mila metri quadri di reti assicurate da migliaia di «mazzere», robusti contrappesi a garantire la tensione della struttura, una quarantina le ancore adagiate sul fondale a 50 di metri di profondità. Una messa, celebrata nella cappellina vicina all’arsenale, benediceva la «cala» di aprile, un ramoscello d’olivo e alcuni santini accompagnavano l’immersione delle reti in fibra di canapa nelle acque. Quel colore, un pastello dalle sfumature marrone e amaranto, era il risultato della tintura di corteccia di pino alle quali erano sottoposte le reti. Un passaggio che irrobustiva le spesse maglie delle tonnare che assumevano tonalità mimetiche. L’architettura della tonnara era articolata. Si sviluppava per centinaia di metri: il braccio verticale della croce che sembrava formare prendeva il nome di «pedale» e rappresentava il corridoio attraverso il quale i tonni entravano nel labirinto delle reti. Il «pedale» della tonnara dell’Enfola era fissato a un imponente anello metallico come piantato in uno scoglio alla destra della «Calanca», la spiaggetta del promontorio che guarda in direzione nord. Alla fine del pedale si aprivano le varie «camere», gabbie quadrate che accompagnavano lentamente i tonni verso l’epilogo del loro peregrinare, quella «camera della morte» che esaltava la forza dell’uomo e dei suoi uncini. A luglio le reti venivano salpate. Era il raìs, «sovrano assoluto» di quella variegata umanità imprestata alla pesca, a decretare l’inizio della mattanza. Il sangue, le frustate dei «reclusi», le grida e gli incitamenti, ingredienti immancabili della «danza della morte». In quella che assomigliava a una culla tutto si consumava. I tonnarotti, come arpionati braccia e mani a quelle reti, issavano i tonni – pesanti anche 300 chili – sui barconi. Talvolta si aiutavano con gli uncini, con le «chiappitelle». Sventrati a terra, i tonni, facevano il loro ingresso nella «loggia», dove venivano tagliati a pezzi e messi a bollire in grosse caldaie non ancora intaccate dalle ruggini impietose che oggi, quasi con sarcasmo, dichiarano tramontata una storia passata. L’EVENTO / Quando Rita Hayworth recitò nell’arsenale Era il 1966 e all’Elba fu girato il film L’avventuriero. Nel cast anche Anthony Quinn di Senio Bonini C’è chi giura di averla vista seduta in quel bar in riva al mare più di una volta. Una diva? «Ah, senz’altro ma col vizio del goccetto… ». Strizza l’occhio Dina Chiesa, il sorriso tradisce una confessione logora, riportata alla memoria chissà quante volte. «Però era sempre Rita Hayworth, una donna bellissima anche alla soglia dei cinquant’anni». Proprio lei. All’Enfola l’indimenticabile «Gilda» recitò in quello che allora venne salutato per un kolossal, L’avventuriero, tratto da un romanzo di Joseph Conrad. Era l’ottobre del 1966. Con lei arrivarono all’Elba, star del calibro di Anthony Quinn e Rosanna Schiaffino agli ordini del regista Terence Young e del produttore Alfredo Bini. L’arsenale ma anche il «quartiere» dell’ex tonnara ospitarono i primi ciak di un lungometraggio destinato a segnare una pagina storica del cinema, costato per l’epoca la roboante cifra di due miliardi di lire. Una sessantina di persone furono impiegate nelle riprese, tra di loro diverse comparse «indigene» tra cui Emanuele Ridi, l’ex tonnarotto nipote dell’ultimo raìs, Marco Ridi, il «signore dell’Enfola» come lo ricorda Paolo Casini nel suo libro Enfola – Il promontorio più suggestivo dell’Elba. Fuoco e fiamme. L’ultima scena del film fu girata nel piazzale antistante la tonnara, un incendio scandiva le ultime sequenze. Le finestre, le porte, il tetto in parte divelto erano avvolti dalle fiamme e per molto tempo rimasero anneriti, come ustionati. I barconi dei tonnarotti, alcuni di quei volti solcati dal salmastro, le reti e quelle mura che per decenni avevano testimoniato della caparbia ostinazione della mattanza solcarono gli schermi del cinema al fianco dei divi del tempo. La «prima» del film si tenne al Festival del Cinema di San Francisco il 20 ottobre 1967, all’Elba arrivò un mese dopo, proiettato al Pietri di Portoferraio.

Last modified 05-04-2006 10:22 expired