
Nello zoo di una famiglia la lotta per l’amore negato
Zoo, il nuovo libro della scrittrice romagnola Isabella Santacroce, presentato a Roma fra tanti estimatori e qualche vip
di Sandra Bravi
Dentro la gabbia, quella di una famiglia. Uno zoo metaforico in cui si muovono i tre protagonisti, il padre, la madre e la figlia, rabbiosi, innamorati, frustrati e dolenti. Una gabbia in cui i tre si amano e si sbranano a vicenda, divorandosi in una sorta di catarsi. Sono tre vittime dell’amore, in fondo. Del troppo, o del troppo poco, amore.
Zoo, dunque. E’ questo il titolo del nuovo capolavoro di Isabella Santacroce, la scrittice romagnola che non smette mai di stupire per la qualità delle opere ma anche per il suo modo di porsi al grande pubblico: trasgressiva, dark, personaggio al limite del paradosso secondo alcuni, ma sempre artista vera che nella sua originalità adombra la cifra di una timidezza mai sconfitta. A. Baricco continua a non lesinarle il suo apprezzamento e C. Garboli parla di lei come di una “prosatrice di altissima qualità”, che ipnotizza e incanta.
Siamo alla presentazione ufficiale del nuovo libro alla Feltrinelli di Largo Argentina a Roma. Foltissimo pubblico, c’è l’editore Fazi, introduce lo scrittore Erri De Luca, che di Zoo fra le altre cose dice: “Qui la ragazza protagonista carica la sua molla di odio contro la madre in un modo che ricorda quello di scrivere di Isabella. E’ un libro in cui la tensione non cala mai, è continua e tiene sospeso il lettore fino in fondo avvolgendolo in spire. Io come lettore mi sono sentito un pezzo finito nella morsa, preda di questa tensione crescente.” Isabella, abito nero, calzettoni bianchi su tacchi alti, indossa una maschera.
“Lo faccio per una questione d’identità” dichiara, “non d’immagine. Per me la scrittura è rivolta e così ho questa maschera da combattimento. Queste che indosso sono le sbarre del mio zoo.” “Eh sì, sei una pagina scritta anche quando ti vesti. Sempre bianco e nero, inchiostro e carta”, sottolinea De Luca. Si parla della famiglia del libro.
“L’odio in Zoo è una lotta per riprendersi un amore mai avuto”, dice Isabella, “io ho voluto raccontare lo sporco, la malattia, la morbosità che c’è al suo interno, ma vista dall’esterno, a pensarci bene, in questa famiglia in realtà non c’è niente che non vada: una madre “positiva” che tira avanti la famiglia, un padre affettuoso precocemente morto, una figlia che aiuta la madre in negozio e poi ha la disgrazia di rimanere paralizzata dopo una caduta dalle scale, la madre che si prende cura di lei… è tutto perfetto. Tristissimo, ma perfetto. Quello che cambia come sempre è la luce, il punto di vista da cui si vuole illuminare e osservare le cose.” Qualcuno chiede che funzione abbia per lei l’arte. E lei, facendo sorridere tutti: “Non riesco a pensare all’arte come a qualcosa che ha una funzione.
C’è la funzione della lavatrice nella vita, dello spremiagrumi.. ma l’arte …come si accende?” Qualcuno ravvisa in Zoo un cambiamento di stile rispetto ai libri precendenti, e lei spiega che “ogni storia ha bisogno di un proprio linguaggio, e questa storia voleva essere raccontata così.” E poiché spesso lo stile è lo specchio dell’autore qualcun’altro suggerisce che la scrittrice vada verso l’introspezione, verso un modo di porsi rispetto alle storie meno arrabbiato e più riflessivo. “No”, risponde lei, “questo è sicuramente il libro più violento che ho scritto, molto più spietato degli altri.
Qui non si urla, non urla nessuno, ma c’è una rabbia talmente forte che cancella qualsiasi rumore e lascia solo un grande silenzio, come succede dopo un evento disastroso.” Si accenna a possibili similitudini fra Zoo e Dark Demonia (il racconto di Isabella prima pubblicato a se stante e poi illustrato dal disegnatore Talexi): il rapporto con la madre che manca, il rifiuto della madre, e la singolare coincidenza “di aver conosciuto, durante la collaborazione con Talexi, la persona che mi ha chiesto di raccontare la sua storia” (il libro è infatti ispirato ad una storia vera). Fra i presenti anche Vladimir Luxuria e Marina Ripa di Meana, che non si esimono dal partecipare alla discussione.
“Uno zoo, bestie messe in mostra e guardate..” dice il primo. “Ma ci mettiamo in mostra per libera scelta o per decisione degli altri?” “Tanto dipende da noi, credo. Secondo me la gente osserva meno di quel che si pensa, non ha interesse ad osservare gli altri. Non c’è altruismo, anche fare caso agli altri è una forma di altruismo”, risponde Isabella. La seconda tenta la provocazione: “Ma tu, Isabella, ti piaci o non ti piaci? quanto autocompiacimento c’è in te?” “Sono troppo umana per piacermi” si sente rispondere, “il corpo è un limite a volte. Però poi penso che in fondo è grazie a questo corpo che esco, osservo e scrivo. A volte vorrei poter sentire di meno, non soffrire, non esserci, e invece devo esserci sempre. Anche se il dolore è un’esperienza molto importante.” Si continua parlando dei film preferiti dalla scrittrice (Elephant man di D.Lynch e Sussurri e grida di I. Bergman) e del fatto che M. Governi, il primo a leggere il manoscritto di Zoo, vi abbia infatti ravvisato atmosfere bergmaniane. La domanda diventa quasi naturale: ha avuto maestri nella sua vita? c’è qualcuno a cui deve riconoscenza? “Io sono riconoscente a tutte le persone che mi vogliono bene” è la risposta, “perché come tutti ho costantemente bisogno d’amore. Anche ai miei genitori sono riconoscente.” Ancora una provocazione: secondo lei la vita è bella? “Certo, la vita è magnifica, basta viverla”.
Dentro la gabbia, quella di una famiglia. Uno zoo metaforico in cui si muovono i tre protagonisti, il padre, la madre e la figlia, rabbiosi, innamorati, frustrati e dolenti. Una gabbia in cui i tre si amano e si sbranano a vicenda, divorandosi in una sorta di catarsi. Sono tre vittime dell’amore, in fondo. Del troppo, o del troppo poco, amore.
Zoo, dunque. E’ questo il titolo del nuovo capolavoro di Isabella Santacroce, la scrittice romagnola che non smette mai di stupire per la qualità delle opere ma anche per il suo modo di porsi al grande pubblico: trasgressiva, dark, personaggio al limite del paradosso secondo alcuni, ma sempre artista vera che nella sua originalità adombra la cifra di una timidezza mai sconfitta. A. Baricco continua a non lesinarle il suo apprezzamento e C. Garboli parla di lei come di una “prosatrice di altissima qualità”, che ipnotizza e incanta.
Siamo alla presentazione ufficiale del nuovo libro alla Feltrinelli di Largo Argentina a Roma. Foltissimo pubblico, c’è l’editore Fazi, introduce lo scrittore Erri De Luca, che di Zoo fra le altre cose dice: “Qui la ragazza protagonista carica la sua molla di odio contro la madre in un modo che ricorda quello di scrivere di Isabella. E’ un libro in cui la tensione non cala mai, è continua e tiene sospeso il lettore fino in fondo avvolgendolo in spire. Io come lettore mi sono sentito un pezzo finito nella morsa, preda di questa tensione crescente.” Isabella, abito nero, calzettoni bianchi su tacchi alti, indossa una maschera.
“Lo faccio per una questione d’identità” dichiara, “non d’immagine. Per me la scrittura è rivolta e così ho questa maschera da combattimento. Queste che indosso sono le sbarre del mio zoo.” “Eh sì, sei una pagina scritta anche quando ti vesti. Sempre bianco e nero, inchiostro e carta”, sottolinea De Luca. Si parla della famiglia del libro.
“L’odio in Zoo è una lotta per riprendersi un amore mai avuto”, dice Isabella, “io ho voluto raccontare lo sporco, la malattia, la morbosità che c’è al suo interno, ma vista dall’esterno, a pensarci bene, in questa famiglia in realtà non c’è niente che non vada: una madre “positiva” che tira avanti la famiglia, un padre affettuoso precocemente morto, una figlia che aiuta la madre in negozio e poi ha la disgrazia di rimanere paralizzata dopo una caduta dalle scale, la madre che si prende cura di lei… è tutto perfetto. Tristissimo, ma perfetto. Quello che cambia come sempre è la luce, il punto di vista da cui si vuole illuminare e osservare le cose.” Qualcuno chiede che funzione abbia per lei l’arte. E lei, facendo sorridere tutti: “Non riesco a pensare all’arte come a qualcosa che ha una funzione.
C’è la funzione della lavatrice nella vita, dello spremiagrumi.. ma l’arte …come si accende?” Qualcuno ravvisa in Zoo un cambiamento di stile rispetto ai libri precendenti, e lei spiega che “ogni storia ha bisogno di un proprio linguaggio, e questa storia voleva essere raccontata così.” E poiché spesso lo stile è lo specchio dell’autore qualcun’altro suggerisce che la scrittrice vada verso l’introspezione, verso un modo di porsi rispetto alle storie meno arrabbiato e più riflessivo. “No”, risponde lei, “questo è sicuramente il libro più violento che ho scritto, molto più spietato degli altri.
Qui non si urla, non urla nessuno, ma c’è una rabbia talmente forte che cancella qualsiasi rumore e lascia solo un grande silenzio, come succede dopo un evento disastroso.” Si accenna a possibili similitudini fra Zoo e Dark Demonia (il racconto di Isabella prima pubblicato a se stante e poi illustrato dal disegnatore Talexi): il rapporto con la madre che manca, il rifiuto della madre, e la singolare coincidenza “di aver conosciuto, durante la collaborazione con Talexi, la persona che mi ha chiesto di raccontare la sua storia” (il libro è infatti ispirato ad una storia vera). Fra i presenti anche Vladimir Luxuria e Marina Ripa di Meana, che non si esimono dal partecipare alla discussione.
“Uno zoo, bestie messe in mostra e guardate..” dice il primo. “Ma ci mettiamo in mostra per libera scelta o per decisione degli altri?” “Tanto dipende da noi, credo. Secondo me la gente osserva meno di quel che si pensa, non ha interesse ad osservare gli altri. Non c’è altruismo, anche fare caso agli altri è una forma di altruismo”, risponde Isabella. La seconda tenta la provocazione: “Ma tu, Isabella, ti piaci o non ti piaci? quanto autocompiacimento c’è in te?” “Sono troppo umana per piacermi” si sente rispondere, “il corpo è un limite a volte. Però poi penso che in fondo è grazie a questo corpo che esco, osservo e scrivo. A volte vorrei poter sentire di meno, non soffrire, non esserci, e invece devo esserci sempre. Anche se il dolore è un’esperienza molto importante.” Si continua parlando dei film preferiti dalla scrittrice (Elephant man di D.Lynch e Sussurri e grida di I. Bergman) e del fatto che M. Governi, il primo a leggere il manoscritto di Zoo, vi abbia infatti ravvisato atmosfere bergmaniane. La domanda diventa quasi naturale: ha avuto maestri nella sua vita? c’è qualcuno a cui deve riconoscenza? “Io sono riconoscente a tutte le persone che mi vogliono bene” è la risposta, “perché come tutti ho costantemente bisogno d’amore. Anche ai miei genitori sono riconoscente.” Ancora una provocazione: secondo lei la vita è bella? “Certo, la vita è magnifica, basta viverla”.
Last modified
06-04-2006 11:47
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