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Incontro con Vasco Lucarelli, scrittore

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A tu per tu con lo scrittore ottantunenne che sta preparando l'uscita del suo 22 libro.
Sta preparando la pubblicazione di un libro. In primavera ne è uscito uno, un altro in autunno. Era il suo ventunesimo: ci scherziamo sopra un po’ perché la sua produzione è ormai maggiorenne. Lo scherzo nasce dal fatto che lui, Vasco Lucarelli, di anni ne ha qualcuno di più. Per l’esattezza ottantuno! Ma la vivacità e l’interesse per il mondo sono quelli di un ragazzo.

A scrivere ha cominciato tardi, oltre i cinquanta, quasi per caso: era un alto dirigente del servizio sanitario e pubblicava ogni tanto degli elzeviri per Il Telegrafo diretto da Lulli. Proprio Lulli l’ha spinto a tentare qualcosa di più, e lui l’ha fatto ma, non fidandosi del risultato, si è presentato, senza conoscerlo, da Geno Pampaloni.

 Si sa che non è facile convincere chi è assediato da mille richieste, ma Lucarelli c’è riuscito, ed il risultato è stato quello che il libro, Le reti vuote, nel giro di pochi mesi è andato alle stampe, e con una prefazione proprio di Pampaloni. Siamo nel 1973.

Non molto tempo dopo esce Giovanni detto Francesco: si tratta di una biografia romanzata di San Francesco che ha un taglio insolito, vista dalla parte del padre. Il libro ha successo, e da lì nascono le richieste degli editori per altre biografie di santi. “È vero, mi ha un po’ imprigionato quel libro!” dice Lucarelli.

Ma è anche vero che non si tratta di un caso, perché tutto parte dalla sua profonda religiosità. Accompagnata da un forte impegno cattolico, che si traduce in interesse per la politica intesa come impegno civile. Tanto che, nel 1944, tre giorni dopo la liberazione di Livorno, è stato tra i fondatori della Democrazia Cristiana in città.

Così anche questi due libri appena usciti sono figli di queste due matrici: Labronica è la storia di un giovane livornese che, nel gorgo della seconda guerra mondiale, entra nella resistenza quasi per casuale combinazione, maturando in corso d’opera la consapevolezza di quella appartenenza. Come è capitato a molti. Il sepolto nella roccia, invece, è una vicenda che ha come protagonista Giuseppe d’Arimatea, personaggio in cui Lucarelli individua il prototipo di chi non ha il coraggio di esporre la propria fede sino in fondo.

Tra parentesi, anche questo testo è pubblicato per i fervidi inviti a farlo da parte di terzi: questa volta a spingerlo è monsignor Coletti, vescovo di Livorno, al quale in amicizia aveva portato il dattiloscritto, buttato giù quasi in risposta ad un recente romanzo che, a detta di Lucarelli, travisava la figura del cavaliere.

“Quella di Giuseppe d’Arimatea è un problematica che avverto nella sua complessità. In effetti mi hanno sempre fatto molto pensare i personaggi che, per prudenza, hanno nascosto persino a se stessi la prorpia adesione a Cristo, come Nicodemo o Gamaliele. ma Giuseppe d'Arimatea, pur somigliando a quei due, ha a un certo punto uno scatto d'orgoglio che gli fa dimenticare il timore della sua posizione e della sua condizione. Si rivela senza equivoci un suo seguace, anche se non pronuncia una parola in difesa di Gesù nel Sinedrio. Ma un gesto d'amore lo riscatta, quando non può permettere che la sua salma sia confusa in una fossa comune e gli offre la sua tomba nuova. Insomma mi hanno incuriosito il suo silenzio, i suoi timori e il suo coraggio".

 Lei mi diceva di essere stato spinto alla pubblicazione di questa storia da monsignor Diego Coletti: sbaglio o non è la prima volta che viene spinto da lui a produrre?

 
“È vero! Lei si riferisce alle Litanie della Madonna di Montenero, che ho raccolto ed elaborato proprio perché monsignor Coletti mi ha convinto dell’opportunità di raccogliere le testimonianze di quel rapporto che i livornesi hanno avuto con la loro Regina e che può essere considerata il vero punto di riferimento che li ha nutriti di certezze e aperti alla speranza anche nei momenti più bui. In un rapporto complesso, che vede gli abitanti della città ricorrere sovente alla sua intercessione, promettere e, va detto, non sempre mantenere queste promesse, ma ritornare sempre a rivolgersi a Lei. Così è nato questo libretto, a testimonianza di tutto ciò”.

 Torniamo a parlare di Labronica: perché ha immaginato una partecipazione alla resistenza che nasce dal caso invece di far riferimento a chi sin dall’inizio si è schierato con totale convinzione?


"Perché ritengo che sia più interessante analizzare il caso di chi non parte da un’ideologia ma che arriv
a a certe scelte solamente perché spinto da ragioni morali. Come è sempre capitato: basti pensare ai moti mazziniani livornesi del 1857, nati in modo assolutamente spontaneo, e proprio per questo con scarsi risultati, perché come già contro gli austriaci nel ’48 non erano organizzati. In questo modo molti anno aderito alla lotta antifascista. Per fortuna con ben altri risultati! E quindi proprio questa spontaneità ha permesso, terminata la guerra, quel breve periodo che ha visto collaborare, a Livorno forse più che in altre città, personaggi di diversa estrazione politica: penso a Furio Diaz, sindaco comunista, con accanto il repubblicano Franco Crovetti…"

 Un’ultima domanda. Cosa pensa della politica attuale un vecchio militante?

"Penso tutto il male possibile! "

 Cosa è rimasto dell’antica Democrazia Cristiana?

"Non ne parliamo! Non riesco riconoscere in nessuno di quelli che dichiarano di rifarsi a De Gasperi una sia pur lontana vicinanza. Addirittura mi è toccato sentire Berlusconi proclamarsi un suo erede: ma come si può affermare una cosa del genere, De Gasperi ha sempre parlato d’essere un uomo di centro che guardava a sinistra! E non si tratta soltanto di quello, come gli hanno seccamente ribattuto le figlie di De Gasperi, ma i giornali alle loro dichiarazioni non hanno dato risalto! Il fatto è che oramai le occasioni per indignarsi per i continui insulti all’intelligenza sono veramente troppe! Che so, la recente commemorazione delle foibe, giusta e sacrosanta. Ma con un particolare non da poco: che non sono state dei tragici episodi da ascrivere soltanto alla responsabilità di Tito, ma anche a quella dei tedeschi e dei loro alleati italiani. Ed allora mandare alla cerimonia il ministro Tremaglia, repubblichino convinto che non ha mai abiurato, mi sembra una follia!"

 Beh, forse in questa indignazione c’è la profonda ragione del continuare a scrivere di Vasco Lucarelli: l’obbligo, sentito come un imperativo categorico, di continuare a testimoniare quello che lui ha intensamente vissuto, cercando di fare luce sugli imbrogli che la superficialità e la malafede continuano a produrre per mistificare la realtà.

Last modified 28-07-2005 11:49 expired