
Pardo Fornaciari, un menestrello del XXI secolo
Ritratto del poliedrico "professore" dai mille interessi
Autore intervista. A. P. (Antonella Peruffo)
1 Pardo Fornaciari: un rapporto stretto con la città natale che si
esplica attraverso musica, impegno politico, studio e ricerca. Parlaci di questo legame profondo, del fil rouge che attraversa tutta la tua attività
La nostra città lega molto a sé. Piccola ma non troppo, recente, ha bisogno di sentire un modo di identificarsi proprio, originale, in una Toscana la cui storia ci sormonta. Non c’è una Livorno titolata. Livorno popolare è quella a cui siamo un po’‚ tutti attaccati: quella di Giorgio Caproni, per capirsi, che se ne è andato di qui a undici anni, ed ha continuato a sognarla tutta la vita. Città di mare, con tanta gente differente, città meticcia.
“Adoro il popolo, la mia patria è il mondo”: versi di un’ antica canzone
anarchica che dipingono perfettamente lo spirito livornese prevalente oggi, e quindi anche il mio.
2 Paolo Edoardo, ecco il vero nome (quanti lo conoscono?) di un uomo dai mille interessi, tutti seriamente coltivati. Cerchiamo di mettere in luce almeno i principali, di vedere poi se al di là della normale curiosità intellettuale esista un leit motiv che li unisce.
Oddìo, seriamente... non bisogna mai prendersi troppo sul serio, si finisce
per diventare come Emilio Fede... Studioso, poi, insomma, più che altro
cultore. Il leit motiv credo ci sia, è la fenomenologia del fatto religioso
che mi interessa. Da esterno a qualsiasi tipo di religione, mi incuriosisce
come si possa parlare del nulla riempiendolo di contenuti prodotti dalla
mente tramite il discorso, pretendendo che siano la realtà. In un certo
senso, sono un epigono spurio della teologia apofatica dello pseudoDionigi Areopagita, questo santo inesistente... In parole povere, quando leggo, scrivo, compongo canzoni cerco di smascherare l’ ipocrisia ecclesiastica, se possibile ridendoci, sennò facendo sul serio, e allora è peggio.
2 bis Insegnante di lettere e studioso dell’incontro fra cultura ebraica e cultura cristiana: un tema fondamentale per conoscere la nostra storia, e di grande attualità. A quando risale questo filone della tua ricerca e quali autori hai indagato?
Ho insegnato a lungo ispirandomi a due criteri di base: rimanere
coerente ai principi della pedagogia di Rousseau che continua a restare un
mito da realizzare, come altri insegnamenti dell’Illuminismo (penso al
Beccaria, tanto per dirne uno) e, come corollario, non fare mai il
professore come alcuni di quelli che ho avuto al liceo, tanto simili a quei
poveracci immortalati da Virzì in Ovo sodo. Ma voglio far tanto di
cappello ad un docente che mi ha insegnato tanto, il professor Giovanni
Buti, lettere. A lui ed all’ambiente culturale di casa (nonni persone colte,
genitori insegnanti) devo quasi tutto. Dal punto di vista dell’ atteggiamento e del metodo: di Averroe, o Pico della Mirandola, o Beniamino da Tudela viaggiatore ebreo del XII secolo, o Arcangelo Borgonove francescano del Cinquecento nessuno di loro si è mai interessato... Di Guerrazzi sì: nonno Arturo Fornaciari, che non ho potuto conoscere, fu uno dei suoi ultimi alunni alle scuole di mutuo insegnamento. E’ un lascito intellettuale che è filtrato sino a me, che sono contento di trasmettere a mio figlio ed alle mie nipotine.
3 Teatro e musica: hai scritto pièces, sei cantautore e cantastorie,
un etnomusicologo, un menestrello del XXI secolo che salva e ripropone al grande pubblico una tradizione antica. Prendici per mano e accompagnaci in questa tua esperienza che risale al secolo passato.
C’è sempre un nonno di mezzo. Maria Masacci, in arte Martelli, soprano,
cantava pelando le patate, ed io le andavo dietro, finché emigrò in America.
Avevo quattro anni e mezzo, ricordo ancora tutto, i lunghi pomeriggi
canterini, le giornate a letto con la febbre, ero un bimbo linfatico, come
si diceva, e anche lì, pezzi d’ opera. E poi gli addii: dopo più di 50 anni
ho ancora quel groppo in gola. Ma c’era anche il nonno Gaetano Bonifacio, col mandolino e le canzoni napoletane, quando si smetteva di leggere insieme la Divina Commedia. La poesia, la cantabilità vengono da lì, ma anche da due tate ebree, Giovanna e Vera: grazie a loro ho sperimentato che quello che mi dicevano i miei genitori, che gli esseri umani son tutti uguali, è proprio vero. La linfa è questa: una educazione da liberi pensatori, la conoscenza del poetico e del bello, il culto per la storia, letteraria prima di tutto, quindi del nostro Risorgimento repubblicano, col suo contrappeso dialettico, il disprezzo per le corone, esteso poi ai fascisti, che il mio babbo combatté sui monti del volterrano con la XXIII Brigata Garibaldi. Questa è una cosa di cui in famiglia andiamo molto fieri. Per ringraziare babbo e i suoi compagni di quello che hanno fatto per sé, per noi e per l’ideale ho scritto una ballata in ottave sulle gesta dei partigiani della Guido Boscaglia, che allungo ogni volta che conosco nuovi episodi e che canto ogni volta che c’è l’occasione di farlo, quando si ritrovano i vecchi partigiani, ma anche altrove: la prossima, sarà il Primo Maggio con la Banda Militante della Maremma all’Istituto Ernesto De Martino, a Sesto Fiorentino.
Così ci si sente vivi, ci si diverte e si ringrazia chi si è sacrificato per
noi.
4 Parliamo delle tue due ultime creature: il cd Porci, poveracci e vecchi malvissuti- Georges Brassens a Livorno. E’ un omaggio ad uno chansonnier che ha ispirato la tua musica, la tua vita?
Fate onore al bel Purim, un volume dedicato la bagitto, il vernacolo degli ebrei livornesi, una ricchezza che pochi conoscono e che le nuove generazioni dovrebbero ricevere
LA RISPOSTA DEVE ARRIVARE
5 La satira, la rubrica sul Vernacoliere. Un altro aspetto divertente di un professore non inamidato, sapidamente popolare.
Non so se la mia compagna Daria sarà d’ accordo, ma questa è stata una delle fortune che mi son capitate nella vita: incrociare il giornale più
libero del mondo, dove al massimo il Cardinali ti corregge gli errori
d’ortografia, o qualche discorso incomprensibile. In verità, a volte toglie
qualche discorso un po’ forte, si sa, le denunce poi se le becca anche lui,
grazie alla liberalissima legge sulla stampa che rende un direttore complice di un articolista, ma insomma...
6 Un accenno ai tuoi impegni futuri
Devo finire la pubblicazione dell’ ultima opera di Pico della
Mirandola rimasta non tradotta in una lingua volgare moderna, la Apologia. Quanto tempo mi ci vorrà ancora, non lo so, parecchio, due o tre anni. E’ un lavoro improbo, quel bel tipo ha scritto praticamente un testo di quaestiones di filosofia scolastica, una palla mostruosa dove si mostra completamente diverso dalla maggioranza del resto delle sue opere, un uomo del tardo medioevo, tutto chiuso a discutere coi doctores di questioni che non superano il vaglio del tempo. Non è proiettato verso il disvelamento dei misteri della conoscenza, è tutto diverso dallo splendido annunciatore della liberazione del pensiero che un altro maestro a cui devo molto, Eugenio Garin, ci ha insegnato a conoscere. C’è un altro Pico da valutare, insomma.
Ma un progetto liberatorio ce l’ho: cantare, finché mi resta il fiato (così
magari vendo qualcuno dei miei CD, che mi son costati un occhio della
testa...). In realtà avrei in cantiere almeno un paio di libri, sarebbe
bello pubblicarli con la libreria Gaia Scienza che m‚ha già fatto uscire il
testo sul Bagitto. Ma ci vuol tempo, e con gli imprevisti che càpitano sempre, chissà se me ne resta abbastanza...
A proposito, ho deciso di far disperdere le mie ceneri in mare, quindi
niente fiori sulla mia tomba, che non ci sarà: piuttosto, opere di bene,
cioè inviti a cena, bevute, ecc., ma SUBITO!
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05-04-2006 10:44
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