
Il piacere necessario del dare alle stampe
Anna Maria Scapezzi Bartolini, scrittrice livornese
L’Italia è paese di scrittori, ma, purtroppo, non di lettori. Le ragioni? Tante, e probabilmente partono tutte da un ordinamento scolastico che da sempre tende a massacrare gli studenti con eccessi di nozionismo e con una tendenza a lasciarli il più possibile passivi. E, al giorno dopo, la passività si sviluppa certamente molto meglio con le soap opera e con un certo genere di film che con un libro. Che, oltre tutto, costa anche molto.
A me, però, con una certa dose di auto ironia visto che sono della partita, piace risalire a delle ragioni più profonde, legate a quell’affermazione di molti, per esempio anche di Kerouac, che la letteratura ha a che fare con il disturbo mentale. Per chi scrive, e per chi legge. Un paradosso che sta a segnalare che solamente così si può spiegare la fatica di avere a che fare con le parole, e la fatica è tanta, semplicemente per evadere dalla quotidianità pesante ed opaca. O per dirigersi verso utopie.
Ciò è ancora più vero per chi non è scrittore professionista, perché anzi il fabbricante di best sellers non fa che cercare una formula per affermarsi nella vita. E ciò non si riferisce necessariamente ai grandi autori del genere americani: ricordo bene la risposta di uno scrittore italiano, autore di un paio di libri che hanno avuto gran successo per la loro intelligente complessità, alla mia banale domanda, buttata lì mentre si cenava, sulle ragioni che l’avevano spinto a scrivere, non più ragazzo. “Con il mio lavoro di rappresentante non guadagnavo a sufficienza, e ho progettato una storia, contando sul fatto di avere un buon uso della lingua italiana”.
Una lunga premessa per parlare di Anna Maria Scapezzi Bartolini, livornese, che ha insegnato per molti anni, da qualche anno, ancora giovane ma già nonna, è uscita allo scoperto, cominciando a presentare le sue poesie ed i suoi racconti a vari concorsi, ottenendo molte segnalazioni e tanti premi. In Italia e all’estero.
E, in effetti, con il tempo ha raggiunto un equilibrio variegato nel suo comporre, alternando prosa e poesia in un modo tutto suo, con il risultato di legarle indissolubilmente, spostando nella prosa una ricerca di musicalità e di ritmo, e asciugando i suoi versi, per sprofondarsi in un mondo fatto di vibrazioni e sensazioni. Strada pericolosa, perché il scivolare nell’eccesso di sentimento è un grande rischio, ma, in effetti, mi sembra che, rispetto alle sue prime opere, ora le sue parole si siano andate tergendo. Rimane così un sistema per trasmettere i risultati di un solcare la vita con sguardo attento ai particolari sottili, ai leggeri segnali che vengono continuamente emessi dagli alberi come dai volti, dalle notti stellate come dai gesti. Ed allora anche la pagina scritta diventa un messaggio lanciato verso lettori che, senza avere il coraggio di provare a comunicare quello che provano, sentono nello stesso modo la vita ed i suoi misteri.
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03-11-2005 11:41
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