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Protti, un calciatore, un "livornese"

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Igor, a 90° Minuto, Tosatti ha paragonato il tuo gol alla Juventus, il gol della tua partita d’addio, a quello che Pelé segnò in un mondiale con il Brasile all’Italia, saltando da dietro a un Burgnich che inutilmente tentava l’impossibile per “stirarsi” lassù, fino al pallone... - di Vinicio Saltini

«Lo ringrazio, come ringrazio tutti coloro che sono venuti all’Ardenza per partecipare alla mia festa. Pelé, è sempre Pelé. Eppure, non è questo il gol che ricordo e continuerò a ricordare più volentieri nella mia vita da giocatore in pensione.

Il gol della mia vita è stato quello di Treviso, penultima giornata del campionato 2002-2003, fra il Livorno e la serie B, con lo Spezia in grande rimonta, soltanto una vittoria, appunto quella che, mancavano 4’ alla fine, noi dopo essere andati in vantaggio con Piovani ed aver subito il pareggio da Lorenzini, il mio compagno di tandem dell’anno precedente, anche una traversa di Saverino su punizione, proprio non riuscivamo a concretizzare.

Bene, Mezzanotti lascia partire un lancio lunghissimo, Alteri corregge e mi cerca di testa e io corro, corro, ancora corro col poco fiato che mi rimane e di destro, con una botta che sa al tempo stesso di rabbia e di speranza, faccio secco un Fortin che proprio non può arrivarci.

Capisci? Dopo trent’anni di assenza, era il gol della serie B, quella serie B per la cui conquista, ero tornato a Livorno e che ingiustamente, contro il Como, più infortunato che sano per una brutta botta patita nella precedente partita con l’Arezzo, avevo mancato nell’anno precedente. Sì, era il sogno che diventava realtà, io a Livorno ero tornato solo per quello e al momento, se mi avessero detto che appena due anni dopo avremmo riconquistato quella serie A che ci mancava da 55 anni, sicuramente mi sarei messo a ridere».

Ma perché questa simbiosi, te e il Livorno, te e i colori amaranto? «Se uno non ha mai indossato la maglia amaranto, naturalmente quella del Livorno, non potrà mai capire. Lo giuro, è una maglia che veramente ti trasmette un qualcosa di speciale, ciò per esempio che ha spinto Cristiano Lucarelli a rinunciare al famoso miliardo. Tu lo sai benissimo, che col Livorno non ho mai barato. Mi telefonasti per un’intervista in tempi non sospetti, ero all’ultima stagione nella Lazio e quando mi domandasti a cosa puntavo per il finale della carriera (pensa un po’, già ne parlavamo a quei tempi) ti dissi che c’era una cosa sola che mi interessava: tornare a giocare nel Livorno, la città che mi aveva adottato bambino, nell’anno di Bergamini e Beppe Galassi, persone che avevo conosciuto a Rimini, e che io, in pratica - partito dopo una permanenza di tre campionati per la Virescit, la seconda squadra di Bergamo, perché la società doveva risolvere importanti impegni economici - avevo potuto ringraziare soltanto attraverso un gol scaccia-retrocessione, quello segnato alla Vis Pesaro nella penultima del campionato 1987-1988. Ricordo bene, ti dissi anche che per tutti gli anni che ero stato lontano, a fine partita ero corso negli spogliatoi per chiedere cosa aveva fatto il Livorno. E che la voglia di tornare a saperlo in diretta, diciamo da responsabile, era grandissima».

Sei tornato e hai fatto cose fantastiche... «Le ho fatte, insieme a un gruppo fantastico che cominciava a costituirsi, visto che era proprio il momento dell’arrivo di Spinelli e della “rigenerazione” della società. Vedi, è questa l’importanza della maglia, te la senti addosso e se ci sono gli acciacchi, si fanno sparire. Comunuqe posso dirti, che sia quando arrivai bambino, che quando sono tornato, padre di famiglia, a pilotarmi c’era anche la rabbia.

La prima volta, nella mia Rimini, avevo pianto sentendo dire che, se giocavo da titolare era perché mio padre era fra i dirigenti della società.

La seconda ero stato mortificato da una scelta tecnica per cui la Reggiana voleva arretrarmi a centrocampo, in quanto non più con lo scatto del bomber. Beh, lasciamo perdere, mio padre era troppo galantuomo per intromettersi a favore del figlio e quanto allo scatto, ne ho fatti più di cento di gol, dopo essere tornato a Livorno»! Hai dato l’addio da giocatore, facendo vedere i sorci verdi a Buffon e Cannavaro, ma soprattutto segnando un grandissimo gol. Le hai spesso accompagnate con una dedica le tue reti.

Bene, 123 gol in campionato (per 278 presenze) col Livorno, 229 (per 613 presenze) nell’insieme dei tuoi campionati da professionista, a chi la dedichi l’ultima prodezza? «Non è facile rispondere e la prima risposta che mi viene è: a tutti, a me stesso, alla mia famiglia, mia moglie Patrizia, livornese come voi, e i miei figli, Nicolas Flavio che ha 12 anni e Noemi, la bambina, che ne ha soltanto 7, a tutti coloro che hanno preso parte, ed è stata la più bella giornata della mia vita, alla mia festa d’addio. Ma, senza forse, c’Ë una persona che più delle altre merita e pretende la mia dedica. Senza timore di essere retorico, dico mio padre Flavio, che ho perso da dodici anni, che mi aveva sempre seguito, che, al pari di mia madre, è la persona meravigliosa, che mi ha dato l’educazione di cui vado fiero. Sì, voglio sperarlo con tutte le mie forze che possa ascoltare questo mio ringraziamento, godendosi anche la dedica. Per lui è il minimo che posso fare».

Tuo padre, cosa ricordi di quando a Livorno arrivasti poco più che adolescente? Ti sei emozionato più il giorno della “prima volta” o in questo dell’addio? «Mi ricordo che a Livorno mi chiamavano “il bimbo” e che tutti mi volevano un sacco di bene. Mi ricordo il primo gol nel campionato 1985-86, mi ricordo i nove, per la prima volta bomber amaranto in quello dell’... arrivederci. E mi ricordo Romano Fogli che per molti tifosi aveva il torto di essere della provincia di Pisa, ma era una persona squisita e anche un tecnico competente: capitan Manetti, soprattutto Giampaglia che, finiti gli allenamenti, mi portava al Tennis Club, dove conobbi Patrizia, un amora a prima vista che poteva solo concludersi in un matrimonio per il quale devo ringraziare il cielo e tutti i santi che lo abitano.

L’emozione maggiore? A 17 anni si è anche un po’ incoscienti, a 38 non è possibile. E allora, lo ripeto, una festa, come quella che ho ricevuto, comprensiva delle strette di mano dei giocatori juventini che mi chiedevano, perché mai smettessi, se ancora ho queste capacità, non me la sarei mai aspettata. E’ stato il massimo e per il massimo, per questo tributo di persone che sempre mi sono state amiche, non solo ci si può commuovere, ma si può anche piangere a lacrimoni. Come è successo, e ne sono felice, al sottoscritto».

Esci dallo stadio e sboccia una nuova vita. Cosa ti attendi dal domani? «Per ora mi prendo una lunga vacanza, poi, diciamo fra due, tre mesi, deciderò. Però mi ha fatto piacere sapere che al presidente Spinelli non spiacerei nei panni dell’uomo per il settore giovanile, chiamato a trasmettere agli altri, ciò che molti hanno trasmesso a me. E piacere mi ha fatto anche il sapere che piace la mia voce, che piace il mio modo di parlare. Che insomma, mi vedrebbero anche nelle vesti del commentatore televisivo. A parte ciò che intendo dedicare a mia moglie e ai miei figli, però c’Ë il Livorno che va avanti a tutto. Mi vedrete allo stadio, mi troverete a tifare anche in qualche trasferta.

Soprattutto, mi vedrete soddisfatto, perché so di avere lasciato il testimone, meglio la fascia di capitano, in mani sicure. Cristiano Lucarelli, oltre che un grande calciatore, si è dimostrato una grande persona e un magnifico amico. Lo ripeto, con lui (che voglio in azzurro) siamo in buone mani e stategli sempre vicini, volendogli il più bene possibile.

E con lui, e naturalmente con Aldo Spinelli che spero faccia un Livorno ancora più forte, gli altri ragazzi, di ieri e di oggi, i mister, quello attuale e quelli passati, con una dedica particolare per Osvaldo Jaconi, non se ne parli, i due Roberto, Piccini e Tancredi, insomma tutti, proprio tutti, dal Sindaco, carinissimo nei miei confronti, fino all’ultima persona».

Ma ti è mancato qualcosa in carriera? «Potrei dire la maglia azzurra, che forse avrei meritato ai tempi del Bari. Però ho riavuto quella amaranto e questo era ciò che contava, perché Livorno - anche se restano indimenticabili pure le stagioni vissute a Messima ed a Bari e neppure dimentico l’esordio a Rimini e i passaggi per Lazio, Napoli, Bergamo-Virescit e Reggio Emilia - perché Livorno, dicevo, è sempre stata in cima ai miei sogni e mi ha dato tutto, famiglia e gloria sportiva».

Sempre sulla carriera, qual è il trofeo conquistato che ti ha reso più felice? «A parte la B e la A, conquistate col Livorno, siccome la vittoria alla pari con Signori nella classifica dei cannonieri della massima serie, arrivò insieme alla retrocessione del Bari, direi l’aver vinto, unico in Italia, il titolo di capocannoniere in tutte e tre le serie professionistiche nelle quali ho giocato».

E il compagno che ricorderai sempre con maggiore affetto? «Hai dei dubbi? Di importanti ce ne sono stati tantissimi, ma alla fine non c’è corsa: Cristiano che è unico e basta, sarà sempre una parte della mia vita. Come il Livorno e Livorno nostra».



Last modified 28-07-2005 11:26 expired