
I Pontefici dell'Europa
Le riflessioni sul rapporto tra i nostri pontefici e l'Europa
Abbiamo già il nuovo Papa e si è imposto il nome di Benedetto, come il san
Benedetto da Norcia patrono d’Europa, come Benedetto XV, che si batté
disperatamente contro la Prima guerra mondiale, l’ “inutile strage” di
eserciti europei. Joseph Ratzinger - nato in un paesino della Baviera,
suo padre faceva il postino e soprattutto era anti-nazista – si annuncia
come un pontefice connaturalmente “europeo”. Come Paolo VI, che lo
nominò cardinale.
Come Giovanni Paolo II, il profeta della nuova Europa...Ma è questo profeta che vogliamo ancora ricordare. Il romanissimo detto “Morto un Papa, se ne fa un altro” ha pur dei limiti. Giacché di Karol Wojtyla, tutti, indipendentemente dal giudizio di ogni individuo sulla sua dottrina della fede, tutti, laici, cattolici, protestanti, musulmani, dobbiamo dire che egli ha felicemente influito sulla storia del nostro Continente con un peso di gran lunga più decisivo di qualsiasi altra figura del XX secolo e in modo tanto duraturo quanto effimera, in fondo, è stata la tragica impronta dei giganti del terrore, Hitler, Stalin, gli altri.
A Bruxelles, la sua prima visita alla Comunità Europea fu il 20 maggio ’85. Da due giorni aveva compiuto sessantacinque anni, non era un giovinetto, aveva già subìto l’attentato di Alì Agca, e tuttavia, anche fisicamente, irradiava un’impressione indicibile di forza, nella sua veste bianchissima dinnanzi al Berlaymont, il palazzo d’acciaio color carbone, sede della Commissione esecutiva.
E i suoi occhi unici emanavano un carisma assolutamente unico. La Comunità aveva alle spalle cinque anni di “eurosclerosi” e viveva allora una stagione di vitalità. Il Papa venne a incitarla: “I progressi compiuti vi siano di incoraggiamento. Le sfide di oggi vi siano da stimolo. Istruito dalla propria storia, il cristianesimo può dire al mondo che le divisioni sono superabili”.
Ed è facile constatare che il messaggio alla Comunità del 1985, alla fiduciosa CEE di dieci paesi soltanto, è perfino più vero oggi, per l’attuale, confusa Unione di 25 paesi: “Ritrova te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Fonda il tuo avvenire sulla verità dell'uomo, apri le tue porte alla solidarietà universale”.
D’altronde, quell’uomo, che portava in sé l’esperienza delle più terribili catastrofi umane del XX secolo, non si rivolgeva alla piccola CEE del 1985, ma all’Europa nella sua totalità, nel suo divenire storico. I lunghi anni d’oppressione della sua Polonia sotto il nazismo e poi il comunismo, la sua propria vita e la sua cultura gli avevano dato una visione realista perciò drammatica delle divisioni dell’Europa, e dunque gli avevano ispirato una concezione esigente dell’unificazione spirituale ed economica del continente: perché fosse la casa comune di tutti e si spingesse fino all’Est remoto, allora inaccessibile.
Poco prima di essere eletto Papa, nel 1978, aveva scritto per “Vita e pensiero”, la rivista dell’Università cattolica di Milano, un saggio proprio sull’unità dell’Europa, in cui le idee essenziali erano già espresse. E salito sulla cattedra di Pietro, annuncia il verbo della sua rivoluzione: “Non abbiate paura di accogliere il Cristo… Aprite alla Sua potenza salvatrice i confini dello Stato, aprite i sistemi politici ed economici, gli immensi imperi della cultura, della civiltà e dello sviluppo”.
Wojtyla chiede di sradicare le sbarre che ingabbiano gli uomini ed abbattere le frontiere. E’ il segnale di uno tsunami epocale, destinato a far tabula rasa dell’impero sovietico e di ogni dittatura, proletaria o capitalista. E lo ripeterà spesso, quel segnale, e innanzitutto nel giugno del 1979, quando torna a Cracovia. Due anni dopo, un elettricista di Danzica, di nome Lech Walesa, alla testa del movimento di Solidarnosch comincia a far vacillare il regime.
Al Cremlino capiscono di colpo che è tremendamente anti-storico chiedersi, sulla scia di Stalin, quante divisioni abbia il Vaticano. E vennero i mille viaggi apostolici del Papa, che tessevano di per sé il nuovo scenario, con l’esortazione a portare avanti ed estendere la costruzione dell’Europa, “secondo il genio che le è proprio” in un sistema di “bilanciamento di poteri che sono una garanzia di democrazia” (ed è questo esattamente il concetto su cui Altiero Spinelli, per ispirazione propria, fondò il suo progetto di Trattato dell’Unione europea, 1980-1984).
Ma per l’unificazione del Continente e la riconciliazione occorrevano anche iniziative del Vaticano stesso in ben altre sfere. Bisognava intensificare il dialogo ecumenico con le altre Chiese cristiane. Bisognava compiere un passo di grande coraggio storico verso i fratelli ebrei: la visita alla Sinagoga di Roma, nel 1986, la meditazione davanti al Muro del Pianto, nel 2000, il pentimento del cattolicesimo per non aver sufficientemente condannato la Shoah.
Bisognava portare l’ardimento fin nella Moschea. Insieme con l’incoraggiamento per la costruzione europea, vennero i moniti. Quello impietoso del 1995, quando denunciò la tragedia della Bosnia come “una vergogna per l’Europa” che non sapeva intervenire per fermare le stragi. Era la lezione della “ingerenza umanitaria”. Cui di nuovo ricorse nel 1998, per il Kosovo. Come ha detto Bill Clinton, “era un Papa di pace, che però sapeva anche essere duro quando sentiva l’urgenza di un’ingiustizia atroce commessa contro un uomo, dunque contro l’umanità”. Un Papa di pace, per altro, non poteva giustificare la guerra in Irak: Silvio Berlusconi se lo sentì dire tête-à-tête senza giri di frase.
E venne l’altro monito, sul rispetto della spiritualità. Ha detto l’11 gennaio 2002 parlando della Convenzione per l’avvenire dell’Unione europea: “La marginalizzazione delle religioni, che hanno contribuito e ancora contribuiscono alla cultura e all’umanesimo dell’Europa, mi sembra al tempo stesso un’ingiustizia e un errore di prospettiva”.
La sua richiesta, insistente e dolente, perché il Trattato della Costituzione europea facesse un riferimento alle “radici cristiane” si è urtata contro il muro del laicismo bigotto, miope e intollerante come ogni estremismo religioso. E’ proprio per ribadire queste “radici cristiane”, che Joseph Ratzinger, pensiamo, ha preso il nome di San Benedetto.
Raramente tuttavia, la costruzione europea ha avuto riconoscimenti così convinti come quelli di Giovanni Paolo II. Molti governanti che si dicono cattolici dovrebbero trarne insegnamento. Illuminante il discorso del Papa al Corpo diplomatico il giorno d’Epifania del 1994: “L' eredità spirituale e politica, tramandata dalle grandi figure storiche che hanno promosso l’unificazione del continente [ovviamente Schuman, De Gasperi e Adenauer, ndr] va non solo custodita e difesa, ma sviluppata e rafforzata. Occorre una generale mobilitazione di tutte le forze, perché l' Europa sappia progredire nella ricerca della sua unità guardando, nello stesso tempo, al di là dei propri confini e del proprio interesse. Potrà così contribuire a costruire un futuro di giustizia, di solidarietà e di pace per ogni nazione, abbattendo barriere e preconcetti etnici e culturali e superando le divisioni esistenti tra Occidente ed Oriente, tra Nord e Sud del pianeta”. Antonio Foresi
Come Giovanni Paolo II, il profeta della nuova Europa...Ma è questo profeta che vogliamo ancora ricordare. Il romanissimo detto “Morto un Papa, se ne fa un altro” ha pur dei limiti. Giacché di Karol Wojtyla, tutti, indipendentemente dal giudizio di ogni individuo sulla sua dottrina della fede, tutti, laici, cattolici, protestanti, musulmani, dobbiamo dire che egli ha felicemente influito sulla storia del nostro Continente con un peso di gran lunga più decisivo di qualsiasi altra figura del XX secolo e in modo tanto duraturo quanto effimera, in fondo, è stata la tragica impronta dei giganti del terrore, Hitler, Stalin, gli altri.
A Bruxelles, la sua prima visita alla Comunità Europea fu il 20 maggio ’85. Da due giorni aveva compiuto sessantacinque anni, non era un giovinetto, aveva già subìto l’attentato di Alì Agca, e tuttavia, anche fisicamente, irradiava un’impressione indicibile di forza, nella sua veste bianchissima dinnanzi al Berlaymont, il palazzo d’acciaio color carbone, sede della Commissione esecutiva.
E i suoi occhi unici emanavano un carisma assolutamente unico. La Comunità aveva alle spalle cinque anni di “eurosclerosi” e viveva allora una stagione di vitalità. Il Papa venne a incitarla: “I progressi compiuti vi siano di incoraggiamento. Le sfide di oggi vi siano da stimolo. Istruito dalla propria storia, il cristianesimo può dire al mondo che le divisioni sono superabili”.
Ed è facile constatare che il messaggio alla Comunità del 1985, alla fiduciosa CEE di dieci paesi soltanto, è perfino più vero oggi, per l’attuale, confusa Unione di 25 paesi: “Ritrova te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Fonda il tuo avvenire sulla verità dell'uomo, apri le tue porte alla solidarietà universale”.
D’altronde, quell’uomo, che portava in sé l’esperienza delle più terribili catastrofi umane del XX secolo, non si rivolgeva alla piccola CEE del 1985, ma all’Europa nella sua totalità, nel suo divenire storico. I lunghi anni d’oppressione della sua Polonia sotto il nazismo e poi il comunismo, la sua propria vita e la sua cultura gli avevano dato una visione realista perciò drammatica delle divisioni dell’Europa, e dunque gli avevano ispirato una concezione esigente dell’unificazione spirituale ed economica del continente: perché fosse la casa comune di tutti e si spingesse fino all’Est remoto, allora inaccessibile.
Poco prima di essere eletto Papa, nel 1978, aveva scritto per “Vita e pensiero”, la rivista dell’Università cattolica di Milano, un saggio proprio sull’unità dell’Europa, in cui le idee essenziali erano già espresse. E salito sulla cattedra di Pietro, annuncia il verbo della sua rivoluzione: “Non abbiate paura di accogliere il Cristo… Aprite alla Sua potenza salvatrice i confini dello Stato, aprite i sistemi politici ed economici, gli immensi imperi della cultura, della civiltà e dello sviluppo”.
Wojtyla chiede di sradicare le sbarre che ingabbiano gli uomini ed abbattere le frontiere. E’ il segnale di uno tsunami epocale, destinato a far tabula rasa dell’impero sovietico e di ogni dittatura, proletaria o capitalista. E lo ripeterà spesso, quel segnale, e innanzitutto nel giugno del 1979, quando torna a Cracovia. Due anni dopo, un elettricista di Danzica, di nome Lech Walesa, alla testa del movimento di Solidarnosch comincia a far vacillare il regime.
Al Cremlino capiscono di colpo che è tremendamente anti-storico chiedersi, sulla scia di Stalin, quante divisioni abbia il Vaticano. E vennero i mille viaggi apostolici del Papa, che tessevano di per sé il nuovo scenario, con l’esortazione a portare avanti ed estendere la costruzione dell’Europa, “secondo il genio che le è proprio” in un sistema di “bilanciamento di poteri che sono una garanzia di democrazia” (ed è questo esattamente il concetto su cui Altiero Spinelli, per ispirazione propria, fondò il suo progetto di Trattato dell’Unione europea, 1980-1984).
Ma per l’unificazione del Continente e la riconciliazione occorrevano anche iniziative del Vaticano stesso in ben altre sfere. Bisognava intensificare il dialogo ecumenico con le altre Chiese cristiane. Bisognava compiere un passo di grande coraggio storico verso i fratelli ebrei: la visita alla Sinagoga di Roma, nel 1986, la meditazione davanti al Muro del Pianto, nel 2000, il pentimento del cattolicesimo per non aver sufficientemente condannato la Shoah.
Bisognava portare l’ardimento fin nella Moschea. Insieme con l’incoraggiamento per la costruzione europea, vennero i moniti. Quello impietoso del 1995, quando denunciò la tragedia della Bosnia come “una vergogna per l’Europa” che non sapeva intervenire per fermare le stragi. Era la lezione della “ingerenza umanitaria”. Cui di nuovo ricorse nel 1998, per il Kosovo. Come ha detto Bill Clinton, “era un Papa di pace, che però sapeva anche essere duro quando sentiva l’urgenza di un’ingiustizia atroce commessa contro un uomo, dunque contro l’umanità”. Un Papa di pace, per altro, non poteva giustificare la guerra in Irak: Silvio Berlusconi se lo sentì dire tête-à-tête senza giri di frase.
E venne l’altro monito, sul rispetto della spiritualità. Ha detto l’11 gennaio 2002 parlando della Convenzione per l’avvenire dell’Unione europea: “La marginalizzazione delle religioni, che hanno contribuito e ancora contribuiscono alla cultura e all’umanesimo dell’Europa, mi sembra al tempo stesso un’ingiustizia e un errore di prospettiva”.
La sua richiesta, insistente e dolente, perché il Trattato della Costituzione europea facesse un riferimento alle “radici cristiane” si è urtata contro il muro del laicismo bigotto, miope e intollerante come ogni estremismo religioso. E’ proprio per ribadire queste “radici cristiane”, che Joseph Ratzinger, pensiamo, ha preso il nome di San Benedetto.
Raramente tuttavia, la costruzione europea ha avuto riconoscimenti così convinti come quelli di Giovanni Paolo II. Molti governanti che si dicono cattolici dovrebbero trarne insegnamento. Illuminante il discorso del Papa al Corpo diplomatico il giorno d’Epifania del 1994: “L' eredità spirituale e politica, tramandata dalle grandi figure storiche che hanno promosso l’unificazione del continente [ovviamente Schuman, De Gasperi e Adenauer, ndr] va non solo custodita e difesa, ma sviluppata e rafforzata. Occorre una generale mobilitazione di tutte le forze, perché l' Europa sappia progredire nella ricerca della sua unità guardando, nello stesso tempo, al di là dei propri confini e del proprio interesse. Potrà così contribuire a costruire un futuro di giustizia, di solidarietà e di pace per ogni nazione, abbattendo barriere e preconcetti etnici e culturali e superando le divisioni esistenti tra Occidente ed Oriente, tra Nord e Sud del pianeta”. Antonio Foresi
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03-11-2005 10:30
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