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"Giovani di Livorno, andatevene all'estero per capire meglio chi siamo"

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Intervista al sindaco Alessandro Cosimi
La prima scintilla di curiosità me l'ha accesa durante i tradizionali auguri di fine anno. A stampa schierata, il sindaco Alessandro Cosimi ha parlato di tante cose e confesso che l'ascoltavo con un qualche stanco disimpegno: sapete, quando per mestiere segui le parole e non le perdi, ma la testa è da un'altra parte. Poi però, quella frase: "Perchè non sono d'accordo - ha detto il sindaco- con chi accusa la nostra città di lasciar andar via i giovani migliori. I giovani è bene che se ne vadano, conoscano il mondo, imparino. E semmai tornino dopo, portandoci il risultato delle loro esperienze". Lì per lì mi sono detto: ahi ahi, questa gli è scappata grossa. Te l'immagini come la prenderanno i livornesi, che guai a staccare i "bimbi" di quarant'anni dalle gonnelle delle mamme; e se il posto di lavoro si prospetta oltre Stagno "bimbo 'un ci andà che è una faticata, tanto a casa un piatto di minestra 'un ti mancherà mai"... Tra parentesi: oltre alla minestra, 'un ti mancherà la macchina a costo d'una pila di cambiali, i vestiti firmati, un pò di 'vaini perchè l'omo non è di legno, e presumibilmente nemmeno la donna: eccetera eccetera. Tanto a pagà e a morì s'è sempre in tempo. Devo dire che i livornesi all'esortazione del loro sindaco non c'hanno fatto caso. O forse sono tanto abituati a far orecchie da mercante alle prediche dal Palazzo che l'hanno presa come una battuta. Poi però, in un'altra più recente occasione, il sindaco c'è tornato sopra. Così alla fine gli ho chiesto se era disposto a chiarire il Cosimi-pensiero sui giovani e sul loro rapporto con una città che proprio a misura di giovane sembra aver poco e fare ancora meno. Questo è il resoconto, spero fedele, di quanto mi ha detto in una bella luminosa domenica di fine gennaio davanti a un aperitivo alla Baracchina bianca, con il lungoimare gremito di giovani (e meno giovani) impegnati nel cazzeggio. -Signor sindaco, partiamo dai ragazzi livornesi che non se ne vanno mai da casa, contro una cultura ormai globalizzata che nei paesi più avanzati vede i diciottenni ansiosi di andarsene, di essere autonomi, di cercarsi una strada... -" Senza assolutamente generalizzare, credo sia un pò lo specchio di una città per lunghi anni fortunata, un'isola felice dove molto veniva facile e la qualità della vita era a livelli tra i più alti. Dobbiamo convenire che dove non è necessario farsi largo a gomitate e sacrifici per sopravvivere, gli stimoli per lanciarsi nell'ignoto sono minori". -Insomma, vuol dire: chi glielo fa fare a uscire dal caldo e protetto nido famigliare. Però la realtà è cambiata, e ahimé non in meglio, mentre la cattiva abitudine rimane. -"Con molte e importanti eccezioni, ammettiamolo. Vedo ad esempio che molti ragazzi livornesi se ne vanno a studiare all'estero grazie ai progetti europei come Erasmus, altri semplicemente se ne vanno spinti da curiosità, voglia di conoscere il mondo. Riconosco comunque che il problema dei giovani che invecchiano nel nido familiare esiste ed è un problema che merita attenzione. Perchè una città che lavora per il proprio futuro deve preparare una classe dirigente capace di guardarla anche da fuori, di analizzare i suoi punti forti e i suoi punti deboli nel raffronto con il resto del mondo, senza errori macroscopici di prospettiva come quelli che diventano fatali se ci si crede l'ombelico del mondo". -Un ombelico nel quale, lodevoli eccezioni a parte, buona parte dei giovani ritiene tra l'altro che sia più che sufficiente saper parlare in livornese, o al massimo in un decente italiano. -'La conoscenza delle lingue oggi è il vero discrimine per affacciarsi al di la della soglia di casa. L'inglese è fondamentale, ma in una città come la nostra che ha crescenti rapporti commerciali via mare con la Spagna e con il Sud America anche lo spagnolo -che è la seconda lingua parlata al mondo- è altrettanto importante. E non dimentichiamo che buona parte del Mediterraneo continua ad avere il francese come lingua ufficiale. Senza voler andare oltre, parlar più lingue significa davvero per un giovane aprirsi molte più strade. Ma non è solo un fattore pratico così banale: tornando alla classe dirigente di domani, allargare i propri orizzonti comprendendo quello che matura e cresce altrove è davvero fondamentale. All'estero l'hanno capito da tempo: quando sono stato in Africa, con l'organizzazione mondiale della sanità, avevo a fianco olandesi, tedeschi, inglesi, americani. Ma noi italiani eravamo un'eccezione". -E qui s'innesta il suo corollario, già espresso nel saluto di fine anno: ragazzi andatevene da Livorno, fate esperienza in giro per il mondo. Semmai tornerete dopo, per portare alla nostra città esperienza e capacità acquisite. -" Ne sono profondamente convinto, anche se mi guardo bene dal voler mandar chi non ne è convinto. Ripeto che ho visto ottimi risultati nei ragazzi che se ne sono andati a studiare all'estero con i programmi di Erasmus..." - Ma l'Erasmus è un'opportunità per studenti universitari, un'elite cittadina, in una Livorno che tra l'altro non è particolarmente legata alla cultura universitaria. -" E' vero, ed è un altro dei miei crucci, sui quali la mia squadra sta lavorando con impegno. Ci tornerò tra un momento. Ma anche al di fuori del mondo dell'università, questa è una città che può offrire molto a un giovane che abbia voglia di allargare i propri orizzonti. Prendiamo il porto, che oggi ha rapporti davvero con tutto il mondo ed offre possibilità di uscire dalla ristretta cerchia locale a chi ha il coraggio magari di andare a insegnare altrove, a trasferire le proprie esperienze. Ci sono, i ragazzi livornesi che l'hanno fatto e lo stanno facendo: con risultati anche personali di grande soddisfazione. Certo, avremmo bisogno come a Bilbao, Valencia, la stessa Genova, di società di scopo apposite..." -Torniamo all'università: Livorno non la sente sua o cosa? -"Abbiamo nell'università di Pisa un grande alleato. E abbiamo nella stessa università di Pisa un grande nemico. E' alleato perchè, praticamente nella stessa megacittà, offre importanti aperture culturali, intellettuali e anche di preparazione professionale: ed ha bisogno di noi. E' nemico perchè si ostina a non capire che è nel suo stesso interesse diventare università del territorio e non della sola città pisana. Noi non pretendiamo di toglierle qualcosa: vorremmo invece aggiungere cose nuove, particolarmente sentite sulla nostra costa: la biologia marina per esempio, le specializzazioni sulla logistica portuale e integrata. Pisa resiste e ci frena: ma credo che il futuro sia in questa direzione". Altrimenti esistono alternative? -"Certo che esistono, in un mondo come quello di oggi in cui con la telematica le distanze non esistono più. L'abbiamo ben presente e non solo in teoria. Direi anzi che il 2006 da questo punto di vista sarà decisivo nei nostri programmi con l'università". E questo per l'università. Però non tutti i giovani livornesi vanno all'università: e l'offerta di lavoro per chi non cerca la laurea non è certo abbondante; né d'altra parte esistono strutture che aiutino un giovane a seguire il suo consiglio, salutare babbo e mamma e andarsene all'estero. -"Su questo secondo punto sono d'accordo, mancano incentivi e anche la sola informazione, a differenza di altri paesi- cito l'Olanda, il Regno Unito, anche la Francia- dove esistono crediti pubblici di formazione, aiuti, associazioni globalizzate che offrono importanti esperienze ai giovani. Per quanto riguarda l'offerta locale di lavoro, insisto sul fatto che specializzazioni universitarie legate alla realtà livornese aiuterebbero a far nascere o a sviluppare poli di eccellenza con imprese e quindi nuovi posti di lavoro: guardo al porto come polo logistico ma anche alla componentistica. Un aumento del sapere è utile a tutti e aiuta la competività, che non dev'essere certo sul costo del lavoro.. Ma continuo a credere che la futura classe dirigente non debba formarsi qui da noi: deve prendere le distanze, aprirsi al mondo, guardare i nostri problemi da lontano dopo averli confrontati con i problemi che cento altre città hanno e con le loro soluzioni". -Si può fare qualcosa di concreto, al di la delle belle parole, per aiutare chi vorrebbe allargare gli orizzonti ad andarsene senza salti nel vuoto? -" Certamente si, e ci stiamo lavorando, anche se può capire che non sia semplice. Attraverso le organizzazioni internazionali specializzate nel lavoro ma anche nel volontariato, si possono creare molte occasioni. Qualche esperienza l'ho già fatta ai tempi in cui ero assessore comunale all'ambiente; curammo la metanizzazione di un quartiere di Sarajevo con le nostre aziende, e con molti giovani che si dimostrarono capaci e preparati. Nella fattispecie poi finì che arrivò la Banca Mondiale, ci ringraziò molto e ci rimandò a casa, facendo raccogliere i frutti del nostro lavoro ad aziende tedesche. Per dire che non è facile, ma si può fare e ci stiamo provando, anche se certo il governo centrale non ci aiuta". Un esempio di quello che fate in concreto? -"Quello delle adozioni a distanza e dell'affido, che ci vede insieme a un'altra trentina di città con Roma come capofila. E' un'iniziativa di grande respiro non solo per la sua valenza sociale ed umanitaria, ma an che perchè offre a un crescente numero di giovani motivati di conoscere altre realtà e di andare a farvi pratica concreta. Si parla tanto in questi tempi dell'intercomunicabilità con certa cultura mussulmana: ebbene credo che sia importante che i giovani livornesi abbiano la possibilità di andare a verificare de visu, nell'ambito del nostro progetto". Signor sindaco, per chi resta ho colto di recente un'altra sua esternazione: un progetto non meglio definito di riattivare la Casa della Cultura per i giovani. -"Con l'assessore Guantini ci siamo trovati di fronte a un improponibile preventivo di 2 milioni di euro per rimetterla in piena efficienza. Siamo riusciti a raschiare il barile e dedicare circa 450 mila euro a un progetto ovviamente ridotto, ma che punta a farla rivivere con alcune specificità. Una di queste è la scelta di affidare la gestione a gruppi di giovani, che dovranno però assumersi in pieno le proprie responsabilità. Per far capire che la solidarietà, la cultura, la conoscenza, possono essere elementi dai quali sviluppare anche la capacità d'intrapresa dove ci siano giovani che valgono. E lo dico da tempo: questa città ha bisogno di una riflessione vera, meglio se parte dai giovani, sulla propria cultura". -Un'ultima domanda. Lei ha una figlia di 16 mesi: che città vorrebbe che fosse Livorno tra vent'anni, per sua figlia e per tutti i livornesi che nascono oggi? -" Vorrei una città dove si può stare bene, che mantenga una dimensione umana e dove i rapporti umani contino ancora più di quelli di forza. Vorrei una città che avesse ritrovato, valorizzandole, le radici della propria cultura e dell'essere nata come pacifico crogiolo di razze, di ideologie e di valori. Vorrei una città che non avesse spersonalizzato i soggetti e dove gli ottimisti fossero più dei pessimisti, più degli stanchi e dei disillusi. Per questo ideale di città stiamo lavorando in tanti. E personalmente mi sento di lavorare per questo, come sindaco ma anche come padre". Antonio Fulvi

Last modified 06-02-2006 11:24 expired