
Questa nostra povera, cara Livorno
Intervista ad Antonio Maneschi, giovane manager globalizzato
di Antonio Fulvi
È figlio d'arte, peraltro di uno dei protagonisti più gettonati dello shipping internazionale, Perluigi Maneschi oggi presidente di Italia di Navigazione e autore con i cinesi di Evergreen dello storico salvataggio del Lloyd Triestino. È figlio d'arte Antonio Maneschi, lo sa bene e se n'è fatto una ragione. Sa anche, a 42 anni appena compiuti e con una serie di risultati personali che lo affrancano dal sospetto di essere rimasto "figlio di papà", che la tradizione popolare parla di una generazione che costruisce le sue fortune, una che al massimo le conserva e la successiva che le distrugge. Da parte sua però dicono che la prenda con auto-ironia. Nella holding di famiglia copre importanti incarichi, ma da tempo vola ance da solo. E il suo con-tributo alle fortune del gruppo è decisamente in positivo. Per la terza generazione inoltre, quella che dovrebbe distruggere, c'è tempo: Antonio ha due meravigliole figlie, la più grande delle quali ha appena dieci anni, Teresa e Carlotta.
Comincia così, con un'incursione non autorizzata nel privato, l'intervista a uno dei più atipici manager livornesi del momento. Atipico perché è più giovane della media, atipico perché è globalizzato a tutto tondo - da vent'anni ha un piede in Cina, dove ha creato anche importanti locations - e atipico perché unico in assoluto è riuscito a portare a Livorno i vertici italiani di una delle più grandi compagnie di navigazione del mondo, l'Evergreen di Taipei. Dal 1 gennaio scorso Evergreen Italia ha sede sugli scali Cerere, con 9 manager cinesi e una settantina di dipendenti italiani. Lui è socio di minoranza e vuol tenere il profilo basso - di Evergreen non parla se non autorizzato - ma in compenso dai suoi uffici nello stesso blocco dirige un piccolo impero di società ramificate in metà emisfero., che lo fa correre da un aereo all'altro senza soluzione di continuità. Non male, davvero, per quello che fino a quindici anni dicevano essere l'enfant gaté della Livorno bene, tutto macchinoni, belle pollastre e vita brillante con l'amico d'infanzia e "quadrinaio" avvocato Ugo Vincenzini, oggi suo avvocato di fiducia.
L'abbiamo preso per la coda dopo il rientro dalla Cina dove ormai passa metà del suo tempo e una prossima partenza, forse per il Mar Nero o di nuovo il far East. L'intervista parte ovvia-mente dalla "rimpatriata" delle istituzioni livornesi in Cina, ma cerca di guardare anche un po’ più da lontano - con una prospettiva globale - le sorti di questa città e di questo porto dove malgrado tutto lui rimane tenacemente ancorato.
Cominciamo dai cinesi. Perché Evergreen Italia ha scelto di insediarsi a Livorno, dove peraltro non opera se non in misura ridotta?
«Potrei rispondere perché la posizione geografica è centrale in Italia, perché il clima è bello, perché la Toscana ospita una delle più importanti comunità cinesi del nostro Paese, una comu-nità articolata e industriosa che s'è meritata anche una rappresentanza diplomatica della Re-pubblica cinese seconda per geranrchia solo a Roma.. Ma la verità è un'altra: Evergreen è a Livorno perché c'eravamo noi ed ha accettato di lavorare in una realtà consolidata. Non senza qualche problema per i manager cinesi e per le loro famiglie».
Per esempio, quali problemi?
«Il primo è che Livorno offre davvero poco a managers globalizzati di alto livello che devono muoversi celermente in giro per il mondo. Oggi per prendere un volo intercontinentale bisogna spostarsi a Roma o Milano, il che comporta mezze giornate di allungamento di ogni viaggio. In fondo all'anno sono centinaia di ore perdute. L'altro problema è che la città non offre alcuna possibilità di istruzione internazionale, a differenza di altri centri, come la vicina Firenze che ha scuole internazionali adeguate. È per questo che da qualche mese i miei soci cinesi, dopo essersi guardati intorno, stanno facendo scelte di residenza che probabilmente li porteranno fuori dalla città, più verso Firenze. Ed è un peccato perché Livorno perde un'occasione di radicamenti globalalizzati, molto utili anche ad aprire gli occhi dei nostri giovani su come sta andando il mondo».
Lei è stato in Cina anche durante la visita della delegazione livornese. Che idea s'è fatto dei nostri "visitatori"?
«Ho riscontrato almeno un elemento positivo: che imprese e istituzioni possono lavorare in-sieme sugli obiettivi comuni dell'inserire Livorno nella globalizzazione, con il rispetto dei ruoli e con ottiche condivise. Per il resto, ho apprezzato che alcuni personaggi, in particolare il sin-daco Alessandro Cosimi, abbiano colto con immediata intuizione una realtà così diversa ma così importante anche per noi com'è la Cina di oggi. In queste delegazioni c'è un po’ di tutto, compresi personaggi che credono di aver capito tutto nel giro di quarantott'ore. Non il sindaco, che si è fatto carico di chiedere, approfondire, confrontare. Certo è che capire non basta: per-ché poi bisogna trasferire la conoscenza in atti concreti per la nostra città e in programmi al-trettanto concreti, che quasi mai dipendono dalla volontà di un singolo, sia egli anche un sin-daco. Però con questo viaggio è stata aperta a Livorno una porta sul mondo. Semmai può dispiacermi che certe occasioni a portata di mano, qualcuno all'interno delle istituzioni non le abbia comprese appieno».
Per esempio, si riferisce a qualcuno in particolare?
«Senza voler fare polemiche inutili, mi è dispiaciuto che sia stato avviato a Livorno un corso universitario di formazione dei manager della logistica senza assolutamente nemmeno avvertire l'Asamar, di cui sono presidente e il cui pane è appunto la logistica; e senza raccordarsi alle realtà imprenditoriali della logistica più globalizzate che operano in questa città. Forse avremmo potuto dare un contributo».
Tra le tante ipotesi di iniziative locali con la Cina e verso la Cina, quale ritiene più concretamente interessante?
«Conoscendo la Cina professionalmente da vent'anni ed avendone vagliato alcune delle oppor-tunità, apprezzo molto, per fare un esempio concreto, l'iniziativa dell'agroalimentare legata al terminal "Livorno reefer". Ma sono anche convinto che sia arrivato il momento di non limitarci più a parlare di singole iniziative, per quanto brillanti e positive possano essere. La città intera deve fare uno sforzo culturale e intellettuale per ripensare il proprio ruolo e quello del porto. È inutile e assurdo correre dietro ai grandi fondali con l'illusione di attirare fullcontainers da 10 mila teu, perpetuare una guerra tra poveri su chi gestisce questa o quella banchina, scannarsi su un traffico o un altro a colpi di ribassi o di trabocchetti. Il porto di livorno ha perso da anni le sue grandi occasioni anche con la Cina e lo dimostrano i recenti accordi di Conateco a Napoli, la crescita dei traffici cinesi a Genova, la stessa politica dei pochi grandi hub che correttamente ospiteranno le "giramondo" sempre più grandi e specializzate. Il porto di Livorno può ancora avere un futuro se e come sarà in grado di offrire reali servizi di prim'ordine in alcuni campi del terziario e dei servizi, dove ancora la competizione è aperta e possibile».
Può indicarci alcuni di questi settori che il porto dovrebbe privilegiare?
«Parlo delle crociere, che sono un business destinato a crescere ancora nei prossimi anni e ca-pace di ricadute interessanti per chi saprà calibrare le proprie offerte di servizi. Parlo dello yachting, con la grande occasione del cantiere Azimut-Benetti ma anche e specialmente del centro servizi più grande del Mediterraneo che Paolo Vitelli intende realizzare nel Mediceo. Ma parlo specialmente degli aspetti commerciali di uno scalo come il nostro, aspetti legati alla tradizione storica di quello che fu uno dei primi porti-emporio del Mediterraneo. Qualcuno oggi tende a perdere non solo lelezioni della storia, ma anche a dimenticare che l'enonomia globalizzata porta a riscoprire settori che non sono solo e necessariamente i grandi numeri dei traffici containers. Dietro i contaiuners che arrivano o partono ci sono realtà che consumano, che smistano, che offrono, che vendono, che producono, che distribuiscono. Mi chiedo, per esempio, perché tra porto e interporto Vespucci non sia ancora stato ipotizzato una location di importazione di merci cinesi per il centro Italia, vero e proprio hub di prodotti dalla Cina ed eventualmente da altri paesi emergenti del Far East. Con una comunità cinese così forte com'è quella toscana, con una crescita esponenziale dell'export dalla Cina verso l'Italia e l'Europa, potrebbe essere un'occasione storica. Ho fatto solo un esempio, probabilmente tra i tanti. Ma bisogna decidere ed operare in tempi compatibili che la globalizzazione. Altrimenti si rimane tagliati fuori».
E allora torniamo alla partenza: le istituzioni locali sono in grado di avvertire questo vento di opportunità nuove?
«A mio parere le istituzioni locali hanno tutti gli elementi intellettuali e culturali per arrivare a fare scelte di questo genere. Se la città - comprese le sue forze politiche - vorrà dar loro fiducia, spazi e capacità decisionali per farle».
Un'ultima curiosità a questo punto: perché Antonio Maneschi, giovane manager glob-alizzato con interessi crescenti in mezzo mondo, rimane tenacemente attaccato a una stanca città di provincia com'è ormai Livorno?
«Questa è l'unica domanda che riesce a mettermi in crisi. Le assicuro, qualche volta me lo chiedo anch'io e non trovo risposte razionali. Però trovo risposte dal cuore: prima di tutte le altre, il fatto che sono livornese, mi sento livornese e voglio fare di tutto perché i miei figli ed tanti altri giovani di questa nostra amata città possano avere un futuro di speranze anche qui ,senza dover scappare all'estero per farsi una strada. È una risposta sincera, mi creda. Quello che spero è di non dovermi arrendere».
È figlio d'arte, peraltro di uno dei protagonisti più gettonati dello shipping internazionale, Perluigi Maneschi oggi presidente di Italia di Navigazione e autore con i cinesi di Evergreen dello storico salvataggio del Lloyd Triestino. È figlio d'arte Antonio Maneschi, lo sa bene e se n'è fatto una ragione. Sa anche, a 42 anni appena compiuti e con una serie di risultati personali che lo affrancano dal sospetto di essere rimasto "figlio di papà", che la tradizione popolare parla di una generazione che costruisce le sue fortune, una che al massimo le conserva e la successiva che le distrugge. Da parte sua però dicono che la prenda con auto-ironia. Nella holding di famiglia copre importanti incarichi, ma da tempo vola ance da solo. E il suo con-tributo alle fortune del gruppo è decisamente in positivo. Per la terza generazione inoltre, quella che dovrebbe distruggere, c'è tempo: Antonio ha due meravigliole figlie, la più grande delle quali ha appena dieci anni, Teresa e Carlotta.
Comincia così, con un'incursione non autorizzata nel privato, l'intervista a uno dei più atipici manager livornesi del momento. Atipico perché è più giovane della media, atipico perché è globalizzato a tutto tondo - da vent'anni ha un piede in Cina, dove ha creato anche importanti locations - e atipico perché unico in assoluto è riuscito a portare a Livorno i vertici italiani di una delle più grandi compagnie di navigazione del mondo, l'Evergreen di Taipei. Dal 1 gennaio scorso Evergreen Italia ha sede sugli scali Cerere, con 9 manager cinesi e una settantina di dipendenti italiani. Lui è socio di minoranza e vuol tenere il profilo basso - di Evergreen non parla se non autorizzato - ma in compenso dai suoi uffici nello stesso blocco dirige un piccolo impero di società ramificate in metà emisfero., che lo fa correre da un aereo all'altro senza soluzione di continuità. Non male, davvero, per quello che fino a quindici anni dicevano essere l'enfant gaté della Livorno bene, tutto macchinoni, belle pollastre e vita brillante con l'amico d'infanzia e "quadrinaio" avvocato Ugo Vincenzini, oggi suo avvocato di fiducia.
L'abbiamo preso per la coda dopo il rientro dalla Cina dove ormai passa metà del suo tempo e una prossima partenza, forse per il Mar Nero o di nuovo il far East. L'intervista parte ovvia-mente dalla "rimpatriata" delle istituzioni livornesi in Cina, ma cerca di guardare anche un po’ più da lontano - con una prospettiva globale - le sorti di questa città e di questo porto dove malgrado tutto lui rimane tenacemente ancorato.
Cominciamo dai cinesi. Perché Evergreen Italia ha scelto di insediarsi a Livorno, dove peraltro non opera se non in misura ridotta?
«Potrei rispondere perché la posizione geografica è centrale in Italia, perché il clima è bello, perché la Toscana ospita una delle più importanti comunità cinesi del nostro Paese, una comu-nità articolata e industriosa che s'è meritata anche una rappresentanza diplomatica della Re-pubblica cinese seconda per geranrchia solo a Roma.. Ma la verità è un'altra: Evergreen è a Livorno perché c'eravamo noi ed ha accettato di lavorare in una realtà consolidata. Non senza qualche problema per i manager cinesi e per le loro famiglie».
Per esempio, quali problemi?
«Il primo è che Livorno offre davvero poco a managers globalizzati di alto livello che devono muoversi celermente in giro per il mondo. Oggi per prendere un volo intercontinentale bisogna spostarsi a Roma o Milano, il che comporta mezze giornate di allungamento di ogni viaggio. In fondo all'anno sono centinaia di ore perdute. L'altro problema è che la città non offre alcuna possibilità di istruzione internazionale, a differenza di altri centri, come la vicina Firenze che ha scuole internazionali adeguate. È per questo che da qualche mese i miei soci cinesi, dopo essersi guardati intorno, stanno facendo scelte di residenza che probabilmente li porteranno fuori dalla città, più verso Firenze. Ed è un peccato perché Livorno perde un'occasione di radicamenti globalalizzati, molto utili anche ad aprire gli occhi dei nostri giovani su come sta andando il mondo».
Lei è stato in Cina anche durante la visita della delegazione livornese. Che idea s'è fatto dei nostri "visitatori"?
«Ho riscontrato almeno un elemento positivo: che imprese e istituzioni possono lavorare in-sieme sugli obiettivi comuni dell'inserire Livorno nella globalizzazione, con il rispetto dei ruoli e con ottiche condivise. Per il resto, ho apprezzato che alcuni personaggi, in particolare il sin-daco Alessandro Cosimi, abbiano colto con immediata intuizione una realtà così diversa ma così importante anche per noi com'è la Cina di oggi. In queste delegazioni c'è un po’ di tutto, compresi personaggi che credono di aver capito tutto nel giro di quarantott'ore. Non il sindaco, che si è fatto carico di chiedere, approfondire, confrontare. Certo è che capire non basta: per-ché poi bisogna trasferire la conoscenza in atti concreti per la nostra città e in programmi al-trettanto concreti, che quasi mai dipendono dalla volontà di un singolo, sia egli anche un sin-daco. Però con questo viaggio è stata aperta a Livorno una porta sul mondo. Semmai può dispiacermi che certe occasioni a portata di mano, qualcuno all'interno delle istituzioni non le abbia comprese appieno».
Per esempio, si riferisce a qualcuno in particolare?
«Senza voler fare polemiche inutili, mi è dispiaciuto che sia stato avviato a Livorno un corso universitario di formazione dei manager della logistica senza assolutamente nemmeno avvertire l'Asamar, di cui sono presidente e il cui pane è appunto la logistica; e senza raccordarsi alle realtà imprenditoriali della logistica più globalizzate che operano in questa città. Forse avremmo potuto dare un contributo».
Tra le tante ipotesi di iniziative locali con la Cina e verso la Cina, quale ritiene più concretamente interessante?
«Conoscendo la Cina professionalmente da vent'anni ed avendone vagliato alcune delle oppor-tunità, apprezzo molto, per fare un esempio concreto, l'iniziativa dell'agroalimentare legata al terminal "Livorno reefer". Ma sono anche convinto che sia arrivato il momento di non limitarci più a parlare di singole iniziative, per quanto brillanti e positive possano essere. La città intera deve fare uno sforzo culturale e intellettuale per ripensare il proprio ruolo e quello del porto. È inutile e assurdo correre dietro ai grandi fondali con l'illusione di attirare fullcontainers da 10 mila teu, perpetuare una guerra tra poveri su chi gestisce questa o quella banchina, scannarsi su un traffico o un altro a colpi di ribassi o di trabocchetti. Il porto di livorno ha perso da anni le sue grandi occasioni anche con la Cina e lo dimostrano i recenti accordi di Conateco a Napoli, la crescita dei traffici cinesi a Genova, la stessa politica dei pochi grandi hub che correttamente ospiteranno le "giramondo" sempre più grandi e specializzate. Il porto di Livorno può ancora avere un futuro se e come sarà in grado di offrire reali servizi di prim'ordine in alcuni campi del terziario e dei servizi, dove ancora la competizione è aperta e possibile».
Può indicarci alcuni di questi settori che il porto dovrebbe privilegiare?
«Parlo delle crociere, che sono un business destinato a crescere ancora nei prossimi anni e ca-pace di ricadute interessanti per chi saprà calibrare le proprie offerte di servizi. Parlo dello yachting, con la grande occasione del cantiere Azimut-Benetti ma anche e specialmente del centro servizi più grande del Mediterraneo che Paolo Vitelli intende realizzare nel Mediceo. Ma parlo specialmente degli aspetti commerciali di uno scalo come il nostro, aspetti legati alla tradizione storica di quello che fu uno dei primi porti-emporio del Mediterraneo. Qualcuno oggi tende a perdere non solo lelezioni della storia, ma anche a dimenticare che l'enonomia globalizzata porta a riscoprire settori che non sono solo e necessariamente i grandi numeri dei traffici containers. Dietro i contaiuners che arrivano o partono ci sono realtà che consumano, che smistano, che offrono, che vendono, che producono, che distribuiscono. Mi chiedo, per esempio, perché tra porto e interporto Vespucci non sia ancora stato ipotizzato una location di importazione di merci cinesi per il centro Italia, vero e proprio hub di prodotti dalla Cina ed eventualmente da altri paesi emergenti del Far East. Con una comunità cinese così forte com'è quella toscana, con una crescita esponenziale dell'export dalla Cina verso l'Italia e l'Europa, potrebbe essere un'occasione storica. Ho fatto solo un esempio, probabilmente tra i tanti. Ma bisogna decidere ed operare in tempi compatibili che la globalizzazione. Altrimenti si rimane tagliati fuori».
E allora torniamo alla partenza: le istituzioni locali sono in grado di avvertire questo vento di opportunità nuove?
«A mio parere le istituzioni locali hanno tutti gli elementi intellettuali e culturali per arrivare a fare scelte di questo genere. Se la città - comprese le sue forze politiche - vorrà dar loro fiducia, spazi e capacità decisionali per farle».
Un'ultima curiosità a questo punto: perché Antonio Maneschi, giovane manager glob-alizzato con interessi crescenti in mezzo mondo, rimane tenacemente attaccato a una stanca città di provincia com'è ormai Livorno?
«Questa è l'unica domanda che riesce a mettermi in crisi. Le assicuro, qualche volta me lo chiedo anch'io e non trovo risposte razionali. Però trovo risposte dal cuore: prima di tutte le altre, il fatto che sono livornese, mi sento livornese e voglio fare di tutto perché i miei figli ed tanti altri giovani di questa nostra amata città possano avere un futuro di speranze anche qui ,senza dover scappare all'estero per farsi una strada. È una risposta sincera, mi creda. Quello che spero è di non dovermi arrendere».
Last modified
20-11-2006 10:14
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