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soffia il vento...della crisi

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Cronache labroniche viste con gli occhi di Otello Chelli
Soltanto a gennaio, nella nostra città, si è registrata la chiusura di cinquanta botteghe che si aggiungono alle circa duecentoventi che hanno abbassato le loro saracinesche nei due anni precedenti e alle oltre ottanta sprangate tra febbraio e marzo. Una statistica che fa venire i brividi, perché ci parla di atmosfera sempre più tombale del nostro centro cittadino che alle 19 di ogni sera sembra un cimitero o una di quelle città fantasma dei film hollywoodiani. Una città che vede chiudere negozi di alimentari, abbigliamento, calzature, profumerie, vendite di detersivi vari e mesticherie, persino le erboristerie, nonostante il boom naturistico e le diete che sembrano impazzare. Di fronte a ciò, non si può che parlare di crisi difficilmente recuperabile. Nella desertica via Magenta, tagliata fuori dal traffico, fino ai confini sfumati della costruenda porta a mare, lo stillicidio delle saracinesche chiuse fa davvero impressione. Chiudono anche i videonoleggi, nonostante la crescita assai sostanziosa, registrata statisticamente, di radio, televisioni, registratori e dvd, strumenti informatici. Chiude l’elettricista e le botteghe di ciclista (le ricordate, come veri e propri covi neri dove un omino metteva toppini e riparava catene, stringendo i raggi?). si sono trasformati in piccole officine che riparano soltanto l’enorme sciame di motorini che invade la città, mentre chi viaggia sulla due ruote, se fora una gomma, deve attraversare mezza Livorno per trovare chi la ripara, oppure impara a farlo da se. Perché questa drammatica situazione? Semplice, la crisi ha fatto sentire alle famiglie il suo morso doloroso (anche se mezza città prospera sulle attività sotterranee e riempie ristoranti e agenzie di viaggio), mentre supermarket, ipermercati e “outlet” sono dilagati come un’onda di piena in tutto il territorio con organizzazioni di vendita di grande efficienza, prezzi e offerte, alle quali le botteghe non possono davvero tenere testa. Non ci è riuscito nemmeno il “mercatino ameri’ano” di piazza XX Settembre, ormai vivacchiante, almeno fino al trasferimento in porto, ma secondo noi, la sua crisi non è legata alle difficoltà di circolazione e parcheggio, ma ai motivi suaccennati e al fatto che infrastrutture tradizionali come queste, alle quali vanno aggiunte la nostra piazza delle erbe (Cavallotti) e il Mercato Centrale (che lo sta facendo), devono allinearsi ai tempi e offrire sempre merce diversificata e al passo delle continue trasformazioni continuamente operate nelle produzioni offerte dal mercato. Il settore che non è in crisi a Livorno è invece quello delle agenzie immobiliari (società di  mediazione immobiliare), che sono proliferate come le margherite nei prati a primavera. A tutt’oggi, siamo in presenza di ben centosessanta agenzie, una per ogni mille abitanti di questa città che si sta contraendo rapidamente dal punto di vista demografico. Per quanto se ne sa continueranno a crescere, vista la vera e propria fissazione dei livornesi per il “mattone d’oro”. Ad ogni bottega chiusa, si chiede immediatamente una licenza edilizia e si realizza un mini appartamento, quasi sempre un monolocale, da affittare per ottenere congrui guadagni, trasformando allegramente il volto della città, creando ulteriori problemi di parcheggio e di circolazione, Gli uffici edilizi del Comune, però, non battono ciglio e, basta guardare le facciate dei palazzi nel centro cittadino per vederle, queste minicase,  laddove c’era un bar, un alimentari, una merceria. Non solo, ma nello stesso centro i cosiddetti “lavori di ristrutturazione” degli appartamenti vecchio stile sono un profluvio e dalle vecchie case, come una magia di Mandrake, ecco tre, anche quattro, miniappartamenti. Questa politica permissiva ha snaturato il volto della città e potrebbe essere soltanto giustificata da un reale bisogno di abitazioni per vari strati di cittadini, mentre il surplus assai abbondante di case serve esclusivamente alla speculazione parassitaria che ha sostituito l’arte dell’investimento produttivo alla sedia di una poltrona in ufficio superelegante, possibilmente senza dipendenti. Il surplus abbondantissimo di questo “mercato”, garantisce alti affitti e guadagni senza rischio alcuno, anche per l’abbondanza di contratti irregolari che permettono una sistematica evasione fiscale e delle tasse, quali Irpef, Tia, Ici. Così una politica della casa che garantisca anche determinati redditi, non solo quelli bassi che almeno una risposta seppure insufficiente la ottengono da Casalp, ma sopreattutto i salari che superano i parametri richiesti dal Comune per ottenere un appartamento ad affitti “ragionevoli”. Su questo versante siamo stati fino ad oggi impotenti o incapaci di affrontyare adeguatamente il problema, lasciando proliferare un sistema che offre case a prezzi molto alti ed ad affitti insostenibili che costringono migliaia di livornesi a versare il proprio stipendio sulla casa, soffrendo per permettersi di andare avanti, mangiare, vestirsi, pagare le bollette, inviare i figli a scuola in un quadro cosiddetto “sociale” assai risibile. Questa è l’attuale situazione del “pianeta casa” a Livorno, così come del commercio tradizionale e l’una situazione è legata senza ombra di dubbio, all’altra, in un continuum che è fortemente saldato ad una situazione generale sulla quale le forze che sono rappresentate nelle istituzioni, soprattutto la maggioranza, dovranno intervenire con appositi studi e soluzioni da applicare nel concreto, se non si vuole che Livorno, nel suo quattrocentesimo anno di età, affondi in una crisi senza rimedio. Fortuna ha voluto che le elezioni portassero ad un nuovo governo, dal quale questa città deve pretendere l’attenzione necessaria per affrontare e risolvere il mucchio di problemi che rischiano di seppellirci.

Last modified 18-07-2006 13:24 expired