
Dove va la Chiesa livornese
Intervista al vicario del vescovo, don Paolo Razzauti
di Antonio Fulvi
Città laica o forse anche agnostica, Livorno è sempre stata. Purchè non si tocchino Santa Giulia e la Madonna di Montenero- noterete che non si tratta di santi, ma che in entrambi i casi siamo al femminile: forse vorrà anche dire qualcosa- i livornesi sono tolleranti o addirittura menefreghisti da sempre. Vale per la massa indifferenziata dei senza fede, dei cattolici cristiani, ma vale anche per altre confessioni che un tempo erano più compatte e più coeve. Come gli ebrei livornesi, la cui perdita di identità non è certo d'oggi. Principio generalizzato, vivi e lascia vivere: credi o non credi, ma lascia credere. A Livorno, a differenza di ambiti territoriali anche vicini, di veri mangiapreti ce ne sono pochi, anche tra i più irriducibili trinariciuti. Forse è apertura mentale, forse è ironica accettazione di tutto, forse è solo superficialità. Vattelapesca.
In questa spiritualità sui generis, ovvio che anche per la diocesi livornese non siano rose e fiori. Se poi si aggiunge che la chiesa cattolica labronica è una delle più povere d'Italia per beni e strutture, nemmeno in grado di mantenersi i propri sacerdoti - che sono pochi e ditribuiti su un territorio non facile, isole comprese- si fa presto a capire che i problemi sono tanti e la stessa diocesi ha spesso problemi di pane quotidiano. Non da oggi, visto che in altri tempi ci fu chi creò- molti ricordano Dino Lugetti che ne fu l'anima- una specie di comitato laico di "soccorso bianco" che fu in grado per qualche anno di tamponare con la generosità dei personaggi più in vista alcuni dei problemi contingenti reali. Erano i tempi in cui Gaetano D'Alesio e pochi altri si facevano carico dei problemi materiali della diocesi per lasciare al vescovo e ai suoi preti i problemi spirituali da risolvere. Altri tempi, che oggi sembrano lontani come la preistoria. E si sa che anche quando lo spirito è forte, senza lìlleri non si lallera.
Eppure anche oggi la chiesa livornese ha la sua vitalità e i suoi colpi d'ala, emersi in questi giorni di vigilia natalizia da iniziative che sono magari sporadiche, ma hanno un significato non piccolo in chiave di umana solidarietà.
Ne parliamo con don Paolo Razzauti, vicario del vescovo Diego Coletti ed oggi raccordo fondamentale di "livornesità" tra la diocesi e la gente per la sua militanza pluridecennale sul territorio e la diretta conoscenza dei principali problemi locali.
-Don Razzauti, anche di recente lei ha raccontato, ringraziando la Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno per il suo contributo, che la diocesi è tra le più povere in Italia.
-"E' un dato di fatto che siamo tra le dieci diocesi più povere. Abbiamo un bilancio di soli 1,5 milioni di euro all'anno, di cui gran parte coperti dall'8 per mille, che per un terzo va ad opere di carità. Dei nostri 61 sacerdoti, alcuni dei quali davvero in condizioni di indigenza, siamo in grado di mantenerne solo -statisticamente parlando- uno e mezzo. Abbiano un sacerdote ogni 3300 abitanti, una percentuale davvero bassa in assoluto, che mette in luce la crisi delle vocazioni ma anche la mancanza di mezzi di sostentamento. Ciò deriva anche dalla scarsità di proprietà ecclesiastiche sul territorio e quindi di rendite. Il perchè sta nella storia: siamo una diocesi giovane, nata per scissione dalla grande diocesi pisana che si è tenuta la quasi totalità degli antichi beni.
-"Tutto ciò premesso però, non direi che la nostra povertà sia solo un problema. Anzi, sotto un certo aspetto, è un dono di Dio perchè ci aiuta- pur nelle difficoltà- ad essere più attenti alla povertà degli altri, a capire meglio tante realtà locali di disagio e sofferenza, e a spogliarci meglio di tanti condizionamenti che fatalmente vengono insieme alla gestione delle cose terrene. In questa realtà possiamo anche apprezzare di più quei livorfnesi che ci aiutano e continuano ad aiutarci".
-Si riferisce a chi ha proseguito l'opera di Dino Lugetti, di Gaetano D'Alesio e degli altri del "comitato"?
-"Mi riferisco anche a loro, anche se oggi sono molto meno, come alla Fondazione presieduta dall'avvocato Barsotti che ci da un importante contributo. Ma voglio riferirmi a tutti coloro che si danno da fare anche sul piano sociale, con sacrifici personali di ogni genere. Mi creda, esistono in questa generalizzata cultura agnostica, isole di impegno sociale e religioso che tutte le volte mi lasciano commosso. Un esempio per tutti è la "ronda della solidarietà" di Coteto, con la quale un gruppo di livornesi assiste tutte le sere con un furgone che distribuisce coperte e pasti caldi i tanti barboni e derelitti di quella zona. E' solidarietà concreta, non ostentata e quindi ancora più preziosa: E non è il solo esempio: ci sono iniziative solidali in molte altre parti della città, oltre quelle della diocesi in diretta come le case di accoglienza, i piccoli appartamenti che diamo a rotazione alle famiglie sfrattate o bisognose, eccetera".
-Il che può anche significare, se volessimo essere critici, l'intervento diretto della gente e della diocesi la dove non esiste più l'intervento della parrocchia, del sacerdote...
-"Vede, la parrocchia come centro di iniziativa sociale, di solidarietà e di aggregazione, soffre fatalmente delle due principali carenze d'oggi: quella delle vocazioni e quella delle risorse finanziarie. Però non farei di tutt'erba un fascio: Anche nella nostra diocesi ci sono parrocchie - cito Coteto, San Benedetto, Sant'Andrea, ma non sono certo le sole- che hanno costituito gruppi di lavoro diocesano, che si danno da fare molto, che hanno trovato la capacità di coinvolgere la gente. Altre in effetti ansimano, subiscono le difficoltà con scarsa capacità di reazione, si chiudono e si ripiegano in se stesse: a volte nella sola preghiera e nella rassegnazione. Anche i preti, si sa, sono esseri umani e reagiscono ciascuno a proprio modo."
-Il recente provvedimento del governo centrale con la Finanziaria 2006, con l'abolizione dell'Ici sui beni della chiesa, dovrebbe essere un aiuto sul piano economico.
-"Per quanto riguarda la chiesa livornese non ha pressochè effetti, in quanto i nostri pochi beni erano ngià esentati e non abbiamo attività commerciali. Personalmente poi sono abbastanza perplesso sull'opportunità di una simile decisione: forse avremmo dovuto non accettarla"
-Don Razzauti, torniamo alle parrocchie e lasci un attimo la diplomazia. Parli ancor più chiaro: lei peraltro è stato parroco in periferia, conosce lo stare tra la gente e il bisogno della gente di avervi vicini...
-"E' vero, sono stato per anni parroco ad Antignano e questi problemi li ho vissuti in diretta. Credo che non ci siano formule miracolistiche, ma che il sacerdote debba uscire oggi più che mai dalla propria chiesa ed andare tra la gente e nelle famiglie. Ai miei tempi, nei miei vent'anni da parroco di periferia, l'opera svolta nelle famiglie ha sempre dato buoni risultati e credo li possa dare anche oggi, in tempi in cui il disagio sociale è cresciuto e i riferimenti spirituali calati. Conta molto l'avvicinare alla gente e conta l'agire per progetti che coinvolgano la gente. Ecco, i progetti: non mi stancherò mai di spingere le parrocchie ad elaborarli e a crederci: progetti affidati a gruppi pastorali, specialmente ai giovani. Vede, i giovani hanno un forte ritorno verso la spiritualità ma carenza di modelli: ed è un ritorno che può essere indirizzato verso obiettivi importanti an che solamente sul piano sociale".
-Forse queste nuove esigenze di spiritualità derivano dal fallimento di altri valori di riferimento: i partiti, le grandi utopie dottrinarie, il sogno che "el pueblo unido, jamas serà vencido" eccetera eccetera...
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07-12-2005 12:23
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